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Technostress

Technostress post-pandemico: la nuova variante social

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Come forse molti sanno, il technostress è un concetto introdotto in ambito lavorativo che definisce la pressione esercitata nel favorire il cambiamento tecnologico; è noto anche che, per incrementare la visibilità commerciale e per attrarre nuovi clienti, la maggior parte delle aziende tendono, ad oggi, ad appoggiarsi moltissimo sui social network. Ci siamo mai chiesti, però, se il technostress viene subito anche per l’utilizzo i social network da chi in azienda si occupa degli aggiornamenti dei profili a scopo commerciale? Partiamo da un primo presupposto: il technostress è nato in ambito lavorativo e verteva (si cominciò a parlarne in modo più intenso intorno agli anni ottanta) sulle difficoltà e lo stress percepito dai dipendenti alle prese con il grande cambiamento tecnologico che era in atto. L’introduzione di massa delle nuove tecnologie nelle aziende ha trovato non poche resistenze in quei lavoratori che sostenevano: “io ho sempre lavorato così, perché cambiare?”, e che quindi si ritrovavano a dover modificare il loro modus operandi non spinti da una motivazione personale, ma da scelte aziendali quindi esterne, in un certo modo, alla loro sfera personale.

Secondo il famoso psicologo Craig Brod è possibile dividere il concetto in due atteggiamenti specifici dell’individuo che, se presenti, inducono technostress nel soggetto stesso:

-“OVERIDENTIFICATION WITH COMPUTER TECHNOLOGY”: ovvero un eccessivo interesse alla tecnologia anche a discapito della propria obiettività

e

-“STRUGGLE TO ACCEPT COMPUTER TECHNOLOGY”: ovvero una vera e propria battaglia o presa di posizione contro l’uso delle nuove tecnologie.

In questo frangente non si parlava ancora di smartphone, tablets o di internet, ma solo di hardware: oggi è sicuramente possibile ricondurre una certa dose di stress anche nell’uso dei social newtwork; quindi potrebbe essere corretto affermare che qualcuno soffra di un certo grado di “networking stress”? Per rispondere a questa domanda possiamo partire dalla definizione di Technostress e dalle sue componenti. Il Professor J. Kupersmith ha per primo definito il technostress attraverso 4 dimensioni:

1_ANSIA DA PERFORMANCE: data da un insieme di pensieri svalutanti, auto-valutazioni negative, aspettative di fallimento (pensieri come: “non ce la farò mai”, “sbaglio sempre tutto”, “non riesco a stare al passo con gli altri”);

2_OVERLOAD DI INFORMAZIONI: dato da una numerosità eccessiva di compiti per cui è necessario impiegare le nuove tecnologie;

3_CONFLITTO DI RUOLI: l’introduzione delle nuove tecnologie ha apportato in modo significativo un cambiamento nei ruoli (in ambito lavorativo si è risentito molto, per esempio, del “gap generazionale”, a causa del quale i più giovani diventano gli esperti in brevissimo tempo rispetto ai più anziani);

4_FATTORI ORGANIZZATIVI: dati da tecnologie insufficienti da un punto di vista numerico, o a causa di poca disponibilità o perché ritenute poco utili, che però causano problemi nella gestione del loro uso.

Se quindi spostiamo il focus dall’uso del computer alle logiche dei social possiamo immaginare una parziale sovrapposizione. Oggi che molti lavoratori sono diventati abili nella gestione delle attrezzature “smart”, è subentrato un nuovo orizzonte: quello della vita sui social anche da parte delle aziende e dei suoi rappresentanti. I social network sono diventati una componente importante della vita lavorativa e forse le sue logiche rischiano di non venir ancora ben comprese da tutti.

Il Networking stress a livello lavorativo agisce su ciascuna di queste quattro dimensioni:

1_I soggetti che “cominciano da sé” (soprattutto commercianti o liberi professionisti) spesso, peccando di ottimismo, pensano che basti pubblicare un post per avere successo e poi scontrarsi con la dura realtà: l’impegno richiesto è grandissimo e per prima cosa bisogna abituarsi ad un nuovo modo di comunicare (ma prima bisognerebbe chiedersi: “io davvero lo so fare?”);

2_L’alto numero di piattaforme social esistenti potrebbe essere percepita come un’altra fonte di stress: ciò che forse è perfetto per Facebook potrebbe non essere adatto per Twitter? Quindi, è essenziale la riflessione da parte dell’azienda su cosa puntare e su cosa pubblicare.

3_ Una nuova rilevanza (spesso incompresa) della comunicazione online ha portato come conseguenza nuove professioni che oggi tendono ad emergere a discapito di vecchi ruoli aziendali che vengono definiti obsoleti.

4_A livello organizzativo spesso le risorse umane dedicate alla gestione dei social sono “poche” a livello numerico, in quanto considerate ancora materia per adolescenti e per il tempo libero.

Addirittura, a causa del Networking Stress aziendale, iniziano a registrarsi i primi casi di “nomofobia”, ovvero la paura di rimanere disconnessi.

Se provassimo a chiedere a noi stessi di non usare il nostro cellulare (anche aziendale) per i prossimi 30 minuti, senza neppure controllare lo schermo? O addirittura provare a lasciarlo a casa per un’intera giornata lavorativa?

Sicuramente, una parte di popolazione aziendale potrebbe anche fare i salti di gioia se messo di fronte a una situazione simile, ma una discreta percentuale della stessa potrebbe addirittura sentirsi a disagio o “andare in crisi”, perché potrebbero perdere telefonate importanti, non portare a termine obbiettivi, non essere reperibili per i loro superiori o per i clienti a loro affidati; questa situazione emotiva potrebbe essere un primo campanello di allarme di nomofobia. Viene anzi dato un nome alla generazione dei lavoratori sempre connessi tra loro, “Generazione Always On”, costantemente in contatto e con una quantità enorme di informazioni a disposizione.

È difficile poi differenziare questo stato emotivo tra un bisogno personale, una patologia, una necessità aziendale che è diventata intrinseca della persona, o una necessità sociale. In generale, comunque, l’idea di rimanere senza cellulare, sottolineo anche quello aziendale, non è per niente piacevole fino ad arrivare ad un proprio bisogno estremo dell’apparecchio (una sorta di astinenza).

Il termine nomofobia nasce in Gran Bretagna da “No Mobile Phobia”, ovvero, la fobia di rimanere senza cellulare. Non si tratta della sensazione di quando, per esempio durante un viaggio, ci rendiamo conto di aver dimenticato qualcosa di importante quando ormai ci troviamo a chilometri di distanza da casa (ad esempio: devo proiettare una presentazione ad un nuovo cliente e mi sono dimenticato l’adattatore per collegare il mio PC alla sala riunioni del cliente), ma di tutta una serie di piccoli sintomi che si traducono in ansia anche se solo pensiamo di non avere il cellulare appresso.

Addirittura, i sintomi possono essere nausea, sudorazione intensa, giramenti di testa, tremori, tutti sintomi tipici di una fobia! Guardandola da un punto di vista neurologico, diversi studi hanno osservato all’interno del cervello alcuni processi molto simili a quelli da dipendenza da sostanze, con un incremento notevole di dopamina (sostanza che regola alcune funzioni cognitive, fra cui la capacità di attenzione, la motivazione, l’umore, perfino il sonno).

Secondo lo Psichiatra Dott. Claudio Mencacci, “..il problema non è dovuto solo alle informazioni che perdiamo se non abbiamo il cellulare, ma al fatto che lo strumento viene percepito come parte integrante di Sé; da ciò il profondo dolore all’idea di perderlo”.

Sconnettiamoci e annoiamoci!

Pubblicato su Punto Sicuro

Technostress e Netiquette: le regole di buon comportamento da seguire

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La Netiquette è uno degli strumenti utilizzabili per ridurre il Technostress. Un insieme di regole molto semplici e facili da seguire che ha come scopo principale quello di disciplinare il comportamento degli utenti online nel rapportarsi tra loro.
Lo stress, definito come una situazione di prolungata tensione che può ridurre l’efficienza sul lavoro e determinare un cattivo stato di salute, è oggi il secondo problema di salute legato all’attività lavorativa. Inoltre, risulta essere la causa del 50-60% di tutte le giornate lavorative perse, con un enorme costo economico per il sistema produttivo. Dando uno sguardo al futuro, si prevede che le persone colpite dallo stress sul posto di lavoro, saranno sempre di più col passare degli anni.

Al classico stress, poi, si aggiunge anche il concetto di Technostress. Questo termine, coniato nel 1984 da Craig Brod, identifica lo stress indotto nell’utilizzatore di nuove tecnologie. Un’altra definizione di Technostress è quella di Michelle Weil e Larry Rosen che alla precedente definizione aggiungono: “Ogni conseguenza negativa che abbia effetto su attitudini, pensieri, comportamenti o psiche, causata direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.

Il fenomeno di per sé è irreversibile ed inarrestabile; l’obiettivo è quello di contenerlo, delimitarlo e presidiarlo con delle regole efficaci al fine di rendere più il tutto “più sostenibile” dal punto di vista del sistema persona, del sistema famiglia, del sistema sociale e del sistema aziendale.

Quindi, visto che dobbiamo farci i conti nei nostri vari mondi, anche il mondo aziendale si sta lentamente muovendo attraverso forme di prevenzione e contenimento.

Tra le numerose indicazioni e strumenti per prevenire e contrastare l’insorgenza del Technostress, c’è anche la Netiquette. Questa, altro non è che l’insieme di regole di buon comportamento che ogni utente Internet dovrebbe rispettare per usare correttamente la rete.

La parola netiquette, da net(work) «rete» e (e)tiquette «etichetta»; quindi ha la stessa funzione della buona educazione nella vita di tutti i giorni: il suo scopo principale è quello di disciplinare il comportamento degli utenti online nel rapportarsi tra di loro.

La netiquette non è imposta per legge e il trasgredirla non comporta alcuna sanzione di tipo giuridico, salvo azioni che hanno rilevanza legale quali ad esempio la diffamazione. Il mancato rispetto delle sue regole, oltre che a far risultare l’utente grossolano e poco educato, può tradursi – quando si verifichi in ambito lavorativo, per quanto piccola l’azienda sia – in situazioni difficilmente gestibili, se non irrimediabilmente dannose.

Può portare, inoltre, da parte dei moderatori del servizio che si sta utilizzando, a conseguenze disciplinari che possono arrivare anche al blocco dell’account (Social Network, Chat, ecc.).

Queste regole hanno come scopo quello di far sì che l’esperienza del web sia la migliore possibile per chiunque vi acceda: ad esempio, è considerata una buona prassi quella di compilare correttamente il campo “oggetto” delle e-mail in modo da far comprendere al destinatario l’argomento del messaggio e permettergli di attribuirle la giusta importanza.

La Netiquette, dunque, oltre a rendere sicuramente più piacevole l’esperienza dell’utente sul web, permette anche una facilitazione delle comunicazioni tra utenti, alleggerendolo non solo di una serie di inconvenienti che potrebbero crearsi se non si seguisse la Netiquette ma, in più, fornisce delle importanti regole di base che lo guidano in qualsiasi momento di attività online.

A tal proposito, infatti, sono numerose le aziende che decidono di farsi creare, da specialisti del settore, un piano su misura che, partendo dalle regole fondamentali della Netiquette, sia cucito addosso alle proprie necessità.

Infine, è importante sottolineare che la Netiquette muta con l’evoluzione dello sviluppo delle tecnologie; comportamenti che precedentemente erano biasimati oggi non sono notati: prima dell’avvento della “banda larga” l’invio di un allegato di grandi dimensioni era considerata una infrazione del galateo del web poiché costringeva il destinatario a lunghe attese per scaricarlo. Oggi con la fibra e le connessioni mobili si inviano e scaricano facilmente anche files di grandi dimensioni.

Per concludere, nonostante non sia la soluzione all’intero problema del Technostress, si può considerare la Netiquette come un modo per prevenire o porre rimedio a condizioni che possono creare situazioni stressanti per chi fa uso della tecnologia sul proprio posto di lavoro ma anche nella sua quotidianità.

Leggi l’articolo completo su PuntoSicuro.

Il tema della disconnessione associata al tecnostress

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L’epidemia causata dal Covid-19, più comunemente noto come Coronavirus, ha costretto la popolazione mondiale e, in particolare, quella italiana a rinchiudersi dentro casa. Ciò ha avuto come conseguenza la necessità di ricercare nuove forme di lavoro che esulassero da quelle più comuni e tipiche.
A tal proposito, la possibilità di svolgere “lavoro agile” (o smart working) è nota nel contesto italiano da diverso tempo ed è regolata dalla legge 81/2017. Invece, cosa meno comune (ma non di certo sconosciuta) riguarda l’utilizzo delle videoconferenze per ovviare all’impossibilità di comunicare vis-à-vis.
Questi due “nuovi” aspetti del lavoro, pur essendo delle modalità “comode”, portano con sé dei rischi legati ai temi di Disconnessione e Technostress. In che modo? Già nel 2008, Ragu-Nathan e collaboratori avevano ipotizzato (e poi validato) l’esistenza di cinque dimensioni di questo costrutto (Overload, Invasion, Complexity, Insecurity, Uncertainty). Il lavoro agile si associa alle dimensioni Overload e Invasion, mentre le videoconferenze richiamano la dimensione Uncertainty. Vediamo come.

Analizziamo il lavoro agile. Lo stereotipo del lavoratore moderno è quello che lo vede in possesso di un laptop e di uno smartphone aziendale. Il fine è quello di, da una parte, dotare il lavoratore degli strumenti adatti a svolgere la propria mansione anche fuori dall’ufficio e di renderlo efficiente lavorando con più strumenti simultaneamente (multitasking); dall’altra, di renderlo sempre reperibile. Tant’è che oggi un termine che si associa alla società moderna è quello di “24/7”, coniato da Jonathan Crary: cioè essere attivi e reperibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Ciò che non si considera è che l’utilizzo spropositato dei dispositivi digitali (smartphone su tutti), non fa altro che sovraccaricare il cervello di informazioni (Overload), impedendo al lavoratore di riposare anche fuori dall’orario di lavoro e durante i weekend, provocandogli, inoltre, la sensazione di sentirsi invaso (Invasion). In questo contesto, la possibilità di disconnettersi diventa allora un espediente per staccare la spina e a ridurre il rischio di “technostressarsi”. Cosa che, a pensarci bene, non si fa quasi mai.
Eppure, è la stessa legge che regola il lavoro agile a riconoscere al lavoratore «il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi» subordinandolo al «rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro autorizzate dal medico del lavoro, nonché delle eventuali fasce di reperibilità».
Se per il lavoro agile la possibilità di disconnessione può figurare come un’utile strategia di difesa dal rischio Technostress, lo stesso non si può dire quando a disconnettersi non è l’essere umano, ma la tecnologia. Il lavoro da casa spesso ci induce a comunicare e a lavorare in videoconferenza con altre persone. Nonostante esistano ormai diverse piattaforme in grado di ottemperare a questa esigenza, si stanno riscontrando sempre più problemi di rete causati dall’elevato numero di persone connesse alla stessa videochiamata. E la colpa non può essere attribuita solo ed esclusivamente alla qualità della connessione Internet, considerando che la fibra copre buona parte del territorio nazionale.
La qualità della videochiamata può incidere fortemente sulla comunicazione generando incomprensioni, ma soprattutto malcontento e incertezza legati all’utilizzo di una tecnologia dalla quale ci si aspetterebbero meno malfunzionamenti (Uncertainty). A queste si accompagnano emozioni quali ansia, frustrazione, rabbia che si ripresentano spesso in questo periodo di quarantena obbligatoria.
Le stesse le possiamo ritrovare quando stiamo connessi troppo a lungo, magari perché ci sentiamo legittimati a rispondere ad una mail o ad una chiamata di lavoro fuori orario.
Potremmo, invece, utilizzare il tempo che abbiamo a nostra disposizione per prendere alcuni piccoli accorgimenti che migliorerebbero la nostra vita quotidiana, che vanno dalla semplice disconnessione dei dispositivi digitali alla più complessa elaborazione delle nostre emozioni. Ritagliarci del tempo per stare a contatto con le emozioni “negative” che queste situazioni ci suscitano potrebbe rivelarsi un’arma a nostro favore in questo grande periodo di incertezza. E, perché no, potremmo imparare a sdrammatizzare se Skype ci mostrasse improvvisamente un errore, proprio mentre stavamo esponendo un concetto fondamentale della formazione erogata in modalità webinar.
Allora, mentre restiamo a casa, proviamo a ripensare il nostro tempo, pensando che potrebbe andare peggio. Ad esempio, potremmo non avere Internet.

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa

Il 15 e 16 ottobre ci saremo

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Vi presentiamo due eventi importanti e di grande interesse, continua a leggere

La prevenzione individuale del technostress: la meditazione

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La Rete e il mondo virtuale non sono più realtà parallele alla vita reale, ma sono completamente intrecciate ad essa. Per quanto Internet sia ormai uno strumento socialmente accettato ed utilizzato dalla maggior parte della popolazione mondiale, non si può non riconoscere il rischio che, dall’uso della Rete, si sviluppino situazioni disadattive di dipendenza conseguenti a una inappropriata esposizione ad esso.

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