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Gamification e sicurezza: quando il gioco diventa cosa seria

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Introdotto per la prima volta nel 2002 dal programmatore di giochi inglese Nick Pelling, il termine “Gamification” acquista popolarità dal 2010 e oggi rappresenta un tema complesso, multi-dimensionale e multi-disciplinare.

Fra le varie definizioni, quella che ritengo maggiormente esaustiva definisce la Gamification “l’applicazione di meccaniche di gioco e tecniche di game design per ingaggiare e motivare le persone a raggiungere propri obiettivi”. È questa una perfetta sintesi degli aspetti essenziali che riguardano questa prassi, atta a utilizzare aspetti propri del gioco (game) in contesti non ludici.

La Gamification ha sostanzialmente tre punti di forza che le garantiscono efficacia e assicurano a imprese e organizzazioni di raggiungere risultati performanti:

  1. Motivazione: la Gamification infatti ingaggia gli individui attivando e integrando differenti leve motivazionali
  2. Divertimento: l’aspetto ludico è in qualche modo richiamato attraverso un’esperienza condivisa, premiante e totalmente immersiva, rendendo chi la vive un vero protagonista
  3. Felicità: il fine ultimo è quello di aumentare il livello di soddisfazione e di emozioni positive che a loro volta favoriscono il benessere dell’audience

E le implicazioni nella Sicurezza?

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Technostress: un’analisi tecnica del fenomeno

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Nel lontano 1984, in concomitanza dell’uscita del suo nuovo libro “Technostress: the human cost of computer revolution”, lo psicologo americano Craig Broad pone l’accento sull’emersione di un nuovo fenomeno, quello dello stress relativo all’uso delle nuove tecnologie. Definisce il technostress come “un disagio moderno causato dall’incapacità di coabitare con le nuove tecnologie del computer”. È il primo ad affrontare questo tema, mentre l’umanità comincia a rapportarsi con una “primitiva” rivoluzione tecnologica.

Devono passare dodici anni prima che qualcuno si interessi nuovamente al technostress, quando il professor Richard A. Hudiburg presenta la ricerca “Assessing and Managing Technostress” sulla relazione tra stress, nuove tecnologie e attività del bibliotecario.
Un anno dopo, gli psicologi Michelle Weil e Larry Rosen pubblicano il libro “TechnoStress: Coping with Technology @Work @Home @Play”, nel quale ampliano la definizione di technostress fornita da Broad e lo definiscono “ogni impatto o attitudine negativa, pensieri, comportamenti o disagi fisici o psicologici causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”. Il tema irrompe nel mondo del lavoro e delle aziende.

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La correlazione tra età anagrafica e infortuni dei lavoratori

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All’interno della globale sottovalutazione del fenomeno infortunistico, e nella ancora molto diffusa mancanza di cultura della sicurezza, si è iniziato solo di recente a prendere in esame il particolare problema del rapporto tra invecchiamento e infortuni sul lavoro. Secondo le recenti statistiche INAIL, emerge il fatto che sia la frequenza infortunistica che la gravità tendono ad aumentare con l’ età del lavoratore che rimane vittima, in modo più o meno grave, dell’infortunio stesso.
In particolare si evidenzia un picco evidente per i lavoratori di età uguale o superiore ai 65 anni.
Dal punto di vista del periodo di degenza dal momento dell’infortunio al momento di ripresa dell’attività lavorativa, si deve tenere conto delle capacità di ripresa dell’infortunato dal punto di vista fisico: spesso i lavoratori più anziani hanno bisogno di un periodo di recupero più lungo rispetto ai lavoratori più giovani, a causa dei vari cambiamenti fisiologici associati all’età, che inibiscono di conseguenza la capacità di guarigione dell’organismo. Particolare attenzione va poi riposta nel contesto lavorativo e nella sua organizzazione, ovvero vanno prese in considerazione le differenti mansioni dei lavoratori e quindi anche i rischi particolari connessi con le attività stesse.

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Alimentazione e sicurezza: il ruolo dell’alimentazione negli infortuni

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L’interesse sempre più diffuso all’alimentazione e al suo rapporto con tutti gli aspetti della vita dell’uomo non può non tenere conto dell’aspetto lavorativo, considerando che noi tutti trascorriamo la maggior parte della nostra vita (e giornata) lavorando.

Alla luce della nuova e più esaustiva definizione di “salute del lavoratore” introdotta dal Testo Unico 81/2008, si parla di “stato completo di benessere fisico, mentale e sociale non consistente solo con l’assenza di malattia o d’infermità” e, pertanto, si è iniziato a estendere la sorveglianza sanitaria ad altre forme di prevenzione orientate agli stili di vita, come l’abitudine al fumo; l’abuso di alcool; l’assenza di attività fisica; l’adozione di una dieta non sana: tutti fattori che incidono fortemente sul benessere della persona. Nell’attività medica di sorveglianza sanitaria è ben nota la correlazione tra dieta poco sana e ripercussione sull’attività lavorativa, con un incremento dei giorni di malattia e una maggiore esposizione al rischio infortuni.

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La bussola del preposto

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Cosa deve fare chi è promosso a Preposto? Quando da semplice Lavoratore si diventa Preposto, la vita in azienda cambia totalmente.

Quando da semplice Lavoratore si diventa Preposto, la vita in azienda cambia totalmente.
Il suo compito diventa nel quotidiano quello di far lavorare gli altri, ottenere che diano il meglio di se stessi, che si impegnino per rispettare i programmi e raggiungere gli obiettivi.

Dal punto di vista della Sicurezza, il Preposto, nella maggior parte dei casi, possiede come persona ancora l’anima del Lavoratore, ma come dipendente dell’azienda ha invece un ruolo diverso, un ruolo di potere acquisito e da esercitare nel modo più efficace possibile per l’Organizzazione e poi anche per lui.

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Lo steering committee nella cultura della sicurezza

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L’approccio culturale al tema della sicurezza in azienda è finalizzato a sensibilizzare al rischio e alla prevenzione creando consapevolezza situazionale. Due strumenti operativi utili, seppur meno promozionati: lo Steering Committee e il Vendor Rating.

La sicurezza nei luoghi di lavoro è una responsabilità sociale.

Questo assunto prevede un engagement a livello individuale, in quanto l’acquisizione della sicurezza diventa un valore profondo, indipendente da ruoli e mansioni, sia nella vita professionale sia in quella privata di ogni lavoratore. Tuttavia, questo stesso assunto prevede un impegno anche e soprattutto a livello organizzativo, per sensibilizzare al rischio; favorire pratiche di prevenzione e attitudini orientate alla sicurezza; incentivare una mentalità aperta e critica e diffondere consapevolezza sull’importanza di misure di tutela dell’integrità fisica, atte a migliorare la qualità della vita, aziendale e non.

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La sicurezza sul lavoro sotto il profilo pedagogico

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Nella Sicurezza sul Lavoro spesso si perde di vista il punto di vista del lavoratore cioè colui che in primis si confronta quotidianamente con situazioni lavorative non sempre “a norma”.
La pedagogia (e in generale le scienze dell’educazione) può giocare un ruolo importante perché si inserisce in un processo di formazione continua che integra formazione professionale a uno sviluppo complessivo dell’individuo all’interno dell’azienda: la sicurezza diventa cultura e come tale va assimilata consapevolmente e condivisa responsabilmente. 

“Ripensare a un processo educativo e formativo che miri alla tutela e alla cura del lavoratore, significa anche riconsiderare il tema della sicurezza nelle aziende” (Cipolla, Veneri, 2014): il termine “ cultura della sicurezza” viene, così, utilizzato “in relazione alla necessità di creare un sistema che coinvolga non solo l’azienda in questione, ma il senso comune generale” (Cipolla, Veneri, 2014).

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