• seguici sui nostri canali social

Articoli taggati :

Covid19

Gli effetti nascosti del Covid-19

1000 571 Servadio & Partners

Le conseguenze Sociologiche e Psicologiche della Pandemia: l’isolamento sociale, la reclusione in casa e il peso dell’incertezza generale, hanno colpito duramente il nostro equilibrio mentale.
A quasi un anno dalla scoperta dei primi casi di Coronavirus nel mondo, l’Italia, divisa in zone colorate e lockdown di vario tipo, è in attesa di scoprire se le restrizioni basteranno a tenere sotto controllo il numero di contagi o se si dovrà agire più severamente. Ciò che però è già manifesto sono gli effetti che, seppur più lentamente e silenziosamente di quelli fisici, stanno emergendo a livello individuale e della società. Infatti, fattori come l’isolamento sociale, la reclusione in casa e il peso dell’incertezza generale, hanno colpito duramente il nostro equilibrio mentale. La pandemia da Covid-19 ha fatto crescere il disagio mentale in tutto il mondo; dopo il lockdown è aumentato concretamente il rischio della comparsa nella popolazione di sintomi da stress post-traumatico.

Secondo un’indagine condotta in Italia dall’istituto Mario Negri, lo stress, che la pandemia da Covid-19 ha generato nella popolazione, è principalmente legato alla preoccupazione per la propria salute, alla percezione di non poter proteggere se stessi e i propri cari, all’isolamento sociale, imposto dal confinamento, e ai timori legati all’immobilismo dell’economia. I risultati dell’indagine, pubblicati a giugno 2020, indicano che per un italiano su due il lockdown è stato un trauma. Ma molto dipende dalla nostra personalità: chi presenta tratti narcisistici è più probabile che si senta superiore al virus e che prenda le necessarie precauzioni ostentando noncuranza; chi presenta tratti ossessivi seguirà con precisione le regole su detersione delle mani, distanza di sicurezza e mascherina; chi presenta tratti paranoidi tenderà a pensare che sia tutta un’invenzione per controllarci; per chi presenta tratti evitanti l’impossibilità del contatto potrebbe essere quasi un sollievo; chi presenta tratti borderline da una parte soffrirà le restrizioni ma dall’altra ne comprenderà la necessità. Tutti presentiamo in maniera più o meno evidente alcuni di questi tratti.

Il Covid-19 ha portato con sé diverse problematiche, che non si limitano ai sintomi fisici. La ripetuta esposizione mediatica alle notizie sull’epidemia ha costituito una grande fonte di stress.

Da alcuni studi effettuati in questo periodo, è emerso che chi sviluppa sintomi da stress per sovraesposizione mediatica, cerca di alleviare lo stress seguendo attentamente tutte le informazioni che riguardano l’evento traumatico stesso. S’innesca così un circolo vizioso che porta ad un peggioramento del disturbo.

In una condizione in cui l’interazione sociale è stata ridotta al limite per mesi, dove a dominare per le strade era il silenzio, dove siamo stati costretti a stare chiusi in casa, la noia e la frustrazione erano il nostro pane quotidiano. L’impossibilità di mantenere il proprio stile di vita e la propria libertà di movimento, ha fatto sì che molte persone avessero a che fare con emozioni complesse e difficili da affrontare, tanto da scatenare o slatentizzare, in alcuni, dei veri e propri sintomi depressivi. Ancora, tra le conseguenze psicologiche più importanti di questa situazione pandemica di incertezza, c’è anche la perdita di fiducia nei confronti non solo delle fonti ufficiali di informazione (che in questo anno hanno risposto sulla base dei progressi e degli eventi registrati giorno per giorno, essendo il COVID-19 un virus del tutto sconosciuto) ma soprattutto nei confronti dei propri conoscenti, amici, colleghi e talvolta anche parenti. L’unico posto che veniva e viene considerato sicuro, dove possiamo togliere la mascherina e dove ci si può dimenticare (anche se solo per poco) di non toccarsi il viso o disinfettare le mani ogni volta che tocchiamo qualcosa di potenzialmente sporco, è la nostra casa. A partire dalla fine di febbraio, ovvero da quando abbiamo preso consapevolezza che il Covid-19 era arrivato in Italia, molti dei nostri comportamenti sono pian piano cambiati, fino addirittura a cancellare molti usi sociali: la mano non si stringe più, gli abbracci meglio evitarli, i baci per salutarci proprio no e se per sbaglio scappa uno starnuto (rigorosamente nell’incavo del braccio, come ci hanno insegnato a fare), partono immediatamente le occhiatacce. Questa perdita di fiducia nel prossimo ha già cambiato e cambierà ancora il modo in cui torneremo alla “normalità” quando il problema del virus sarà superato e, soprattutto, influenzerà in maniera significativa le nostre interazioni sociali, per non parlare di quelle dei nostri figli, che avendo vissuto questa situazione in un periodo di costruzione della propria personalità, delle proprie abitudini e del modo di rapportarsi con l’ambiente esterno, modificherà drasticamente la loro vita.

Ecco, dunque, alcuni piccoli consigli per superare i prossimi tempi salvaguardando la salute fisica ma anche psichica:

1) Atteniamoci rigorosamente alle indicazioni delle istituzioni sanitarie volte alla tutela della salute pubblica e alla salvaguardia di ognuno di noi

2) Evitiamo di controllare l’ansia cercando spasmodicamente informazioni

3) Manteniamo la calma poiché ansia e panico non ci aiutano a gestire l’emergenza ma, anzi, hanno l’effetto opposto in quanto diminuiscono le difese immunitarie ci espongono maggiormente al contagio

4) Evitiamo di percepire le misure cautelative come una limitazione della nostra libertà e sforziamoci, piuttosto, di avere un atteggiamento psicologico positivo

5) Non abbiamo paura di chiedere aiuto quando ne sentiamo il bisogno. Più a lungo ignoriamo i sintomi del malessere, maggiori sono le possibilità che la situazione di crisi diventi cronica.

Articolo Pubblicato su PuntoSicuro

Il Care-Covid Manager [Newsletter]

643 359 Servadio & Partners

Il Covid-19 è un virus “biopsichico”?*(cit.A.Cirincione)

La prospettiva post emergenza che si prospetta, richiederà di adattare le modalità di organizzare il lavoro per un periodo non breve. Nel caso italiano il punto di riferimento per la ripresa delle attività è il protocollo (Governo, 2020) siglato dalle parti sociali il 14 marzo 2020 e integrato il 24 aprile 2020.

In questo documento sono indicati 13 cambiamenti necessari alla ripresa delle attività produttive. Questi richiederanno modifiche molto rilevanti nel funzionamento delle organizzazioni.

Il cambiamento è spesso accompagnato da incertezza, può creare lavoro aggiuntivo nella transizione e al termine può portare a un senso di perdita

Lo stress prodotto dal cambiamento organizzativo può essere legato sia al processo di cambiamento sia ai risultati raggiunti.

Le specifiche attività che richiamano la competenza degli Psicologi del lavoro e delle organizzazioni:

  • la partecipazione alla progettazione del percorso di cambiamento in relazione alle variabili psicosociali ed individuali;
  • la scelta degli strumenti di valutazione collettiva, loro utilizzo e valutazione delle risultanze per il report alla Direzione aziendale, al RSPP e al Medico Competente;
  • la rilevazione e il monitoraggio del clima organizzativo;
  • l’introduzione della valutazione individuale dello stress ed eventuale approfondimento sulla sindrome post traumatica da stress;
  • la valutazione e prevenzione della sindrome da burnout, un rischio che grava su tutti ma in particolare sugli operatori sanitari;
  • l’introduzione della valutazione psicologica individuale in caso di comportamento disfunzionale (ad esempio aggressivo);
  • la valutazione della performance lavorativa del gruppo e del singolo;
  • l’attività di re-energizzazione dei team aziendali;
  • l’attività di facilitazione nei processi fiduciari i membri dell’organizzazione;
  • la creazione del “care team interno” e la supervisione dello stesso;
  • l’attività di “primo soccorso psicologico”;
  • l’attività di Coaching e Team Coaching;
  • la Ristrutturazione del Benessere Organizzativo.

Clicca qui per visualizzare e scaricare il Catalogo Corsi Webinar 2020

Vuoi manifestare il tuo interesse per uno dei corsi Webinar S&P?
Scarica il modulo cliccando qui, compilalo e mandacelo.
Senza alcun impegno ti ricontatteremo quando programmeremo il corso.

Se volete usufruire dei nostri servizi o volete ricevere maggiori informazioni riguardo gli stessi, contattateci inviando una mail a info@servadioepartners.com

Il tema della disconnessione associata al tecnostress

150 150 Servadio & Partners

L’epidemia causata dal Covid-19, più comunemente noto come Coronavirus, ha costretto la popolazione mondiale e, in particolare, quella italiana a rinchiudersi dentro casa. Ciò ha avuto come conseguenza la necessità di ricercare nuove forme di lavoro che esulassero da quelle più comuni e tipiche.
A tal proposito, la possibilità di svolgere “lavoro agile” (o smart working) è nota nel contesto italiano da diverso tempo ed è regolata dalla legge 81/2017. Invece, cosa meno comune (ma non di certo sconosciuta) riguarda l’utilizzo delle videoconferenze per ovviare all’impossibilità di comunicare vis-à-vis.
Questi due “nuovi” aspetti del lavoro, pur essendo delle modalità “comode”, portano con sé dei rischi legati ai temi di Disconnessione e Technostress. In che modo? Già nel 2008, Ragu-Nathan e collaboratori avevano ipotizzato (e poi validato) l’esistenza di cinque dimensioni di questo costrutto (Overload, Invasion, Complexity, Insecurity, Uncertainty). Il lavoro agile si associa alle dimensioni Overload e Invasion, mentre le videoconferenze richiamano la dimensione Uncertainty. Vediamo come.

Analizziamo il lavoro agile. Lo stereotipo del lavoratore moderno è quello che lo vede in possesso di un laptop e di uno smartphone aziendale. Il fine è quello di, da una parte, dotare il lavoratore degli strumenti adatti a svolgere la propria mansione anche fuori dall’ufficio e di renderlo efficiente lavorando con più strumenti simultaneamente (multitasking); dall’altra, di renderlo sempre reperibile. Tant’è che oggi un termine che si associa alla società moderna è quello di “24/7”, coniato da Jonathan Crary: cioè essere attivi e reperibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Ciò che non si considera è che l’utilizzo spropositato dei dispositivi digitali (smartphone su tutti), non fa altro che sovraccaricare il cervello di informazioni (Overload), impedendo al lavoratore di riposare anche fuori dall’orario di lavoro e durante i weekend, provocandogli, inoltre, la sensazione di sentirsi invaso (Invasion). In questo contesto, la possibilità di disconnettersi diventa allora un espediente per staccare la spina e a ridurre il rischio di “technostressarsi”. Cosa che, a pensarci bene, non si fa quasi mai.
Eppure, è la stessa legge che regola il lavoro agile a riconoscere al lavoratore «il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi» subordinandolo al «rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro autorizzate dal medico del lavoro, nonché delle eventuali fasce di reperibilità».
Se per il lavoro agile la possibilità di disconnessione può figurare come un’utile strategia di difesa dal rischio Technostress, lo stesso non si può dire quando a disconnettersi non è l’essere umano, ma la tecnologia. Il lavoro da casa spesso ci induce a comunicare e a lavorare in videoconferenza con altre persone. Nonostante esistano ormai diverse piattaforme in grado di ottemperare a questa esigenza, si stanno riscontrando sempre più problemi di rete causati dall’elevato numero di persone connesse alla stessa videochiamata. E la colpa non può essere attribuita solo ed esclusivamente alla qualità della connessione Internet, considerando che la fibra copre buona parte del territorio nazionale.
La qualità della videochiamata può incidere fortemente sulla comunicazione generando incomprensioni, ma soprattutto malcontento e incertezza legati all’utilizzo di una tecnologia dalla quale ci si aspetterebbero meno malfunzionamenti (Uncertainty). A queste si accompagnano emozioni quali ansia, frustrazione, rabbia che si ripresentano spesso in questo periodo di quarantena obbligatoria.
Le stesse le possiamo ritrovare quando stiamo connessi troppo a lungo, magari perché ci sentiamo legittimati a rispondere ad una mail o ad una chiamata di lavoro fuori orario.
Potremmo, invece, utilizzare il tempo che abbiamo a nostra disposizione per prendere alcuni piccoli accorgimenti che migliorerebbero la nostra vita quotidiana, che vanno dalla semplice disconnessione dei dispositivi digitali alla più complessa elaborazione delle nostre emozioni. Ritagliarci del tempo per stare a contatto con le emozioni “negative” che queste situazioni ci suscitano potrebbe rivelarsi un’arma a nostro favore in questo grande periodo di incertezza. E, perché no, potremmo imparare a sdrammatizzare se Skype ci mostrasse improvvisamente un errore, proprio mentre stavamo esponendo un concetto fondamentale della formazione erogata in modalità webinar.
Allora, mentre restiamo a casa, proviamo a ripensare il nostro tempo, pensando che potrebbe andare peggio. Ad esempio, potremmo non avere Internet.

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa