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Tecnostress e Netiquette

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Le regole di buon comportamento da seguire
Tecnostress in azienda

Lo stress, definito come una situazione di prolungata tensione che può ridurre l’efficienza sul lavoro e determinare un cattivo stato di salute, è oggi il secondo problema di salute legato all’attività lavorativa. Inoltre, risulta essere la causa del 50-60% di tutte le giornate lavorative perse, con un enorme costo economico per il sistema produttivo. Dando uno sguardo al futuro, si prevede che le persone colpite dallo stress sul posto di lavoro, saranno sempre di più col passare degli anni.

Al classico stress, poi, si aggiunge anche il concetto di Tecnostress. Questo termine, coniato nel 1984 da Craig Brod, identifica lo stress indotto nell’utilizzatore di nuove tecnologie. Un’altra definizione di Tecnostress è quella di Michelle Weil e Larry Rosen che alla precedente definizione aggiungono: “Ogni conseguenza negativa che abbia effetto su attitudini, pensieri, comportamenti o psiche, causata direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.

Il fenomeno di per sé è irreversibile ed inarrestabile; l’obiettivo è quello di identificare i sintomi da Tecnostress per contenerlo, delimitarlo e presidiarlo con delle regole efficaci al fine di rendere più il tutto “più sostenibile” dal punto di vista del sistema persona, del sistema famiglia, del sistema sociale e del sistema aziendale.

La consulenza può aiutare a identificarne le cause e a gestirlo in maniera efficace.

Quindi, visto che dobbiamo farci i conti nei nostri vari mondi, anche il mondo aziendale si sta lentamente muovendo attraverso forme di prevenzione e contenimento.

Tra le numerose indicazioni e strumenti per prevenire e contrastare l’insorgenza del Tecnostress in azienda, c’è anche la Netiquette. Questa, altro non è che l’insieme di regole di buon comportamento che ogni utente Internet dovrebbe rispettare per usare correttamente la rete.

Il significato della parola netiquette deriva da net(work) «rete» e (e)tiquette «etichetta»; quindi ha la stessa funzione della buona educazione nella vita di tutti i giorni: il suo scopo principale è quello di disciplinare il comportamento degli utenti online nel rapportarsi tra di loro.

Le regole della netiquette non sono imposte per legge e il trasgredirle non comporta alcuna sanzione di tipo giuridico, salvo azioni che hanno rilevanza legale quali ad esempio la diffamazione. Il mancato rispetto delle sue regole, oltre che a far risultare l’utente grossolano e poco educato, può tradursi – quando si verifichi in ambito lavorativo, per quanto piccola l’azienda sia – in situazioni difficilmente gestibili, se non irrimediabilmente dannose.

Può portare, inoltre, da parte dei moderatori del servizio che si sta utilizzando, a conseguenze disciplinari che possono arrivare anche al blocco dell’account (Social Network, Chat, ecc.).

Queste regole hanno come scopo quello di far sì che l’esperienza del web sia la migliore possibile per chiunque vi acceda: ad esempio, è considerata una buona prassi quella di compilare correttamente il campo “oggetto” delle e-mail in modo da far comprendere al destinatario l’argomento del messaggio e permettergli di attribuirle la giusta importanza.

La Netiquette, dunque, oltre a rendere sicuramente più piacevole l’esperienza dell’utente sul web, permette anche una facilitazione delle comunicazioni tra utenti, alleggerendolo non solo di una serie di inconvenienti che potrebbero crearsi se non si seguisse la Netiquette ma, in più, fornisce delle importanti regole di base che lo guidano in qualsiasi momento di attività online.

A tal proposito, infatti, sono numerose le aziende che decidono di farsi creare, da specialisti del settore, un piano su misura che, partendo dalle regole fondamentali della Netiquette, sia cucito addosso alle proprie necessità.

Per questa ragione è importante curare il benessere organizzativo, poiché fornire nuove opportunità di sviluppo professionale, sanando conflitti o prevenendo disagi lavorativi e investire su relazioni interne più consolidate, capaci di produrre significati e valori condivisi, sono ormai la cura vincente a garanzia della buona salute dell’azienda stessa.

Tornando al nostro argomento principale, è importante sottolineare che la Netiquette informatica muta con l’evoluzione dello sviluppo delle tecnologie; comportamenti che precedentemente erano biasimati oggi non sono notati: prima dell’avvento della “banda larga” l’invio di un allegato di grandi dimensioni era considerata una infrazione del galateo del web poiché costringeva il destinatario a lunghe attese per scaricarlo. Oggi con la fibra e le connessioni mobili si inviano e scaricano facilmente anche files di grandi dimensioni.

Per concludere, nonostante non sia la soluzione all’intero problema del Tecnostress, si può considerare la Netiquette come un modo per prevenire o porre rimedio a condizioni che possono creare situazioni stressanti per chi fa uso della tecnologia sul proprio posto di lavoro ma anche nella sua quotidianità.

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La percezione del rischio ai tempi del Coronavirus

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Qual è l’atteggiamento delle persone nei confronti delle raccomandazioni di sicurezza anti contagio, adesso che la fase di riapertura delle attività è ormai iniziata?
Dopo qualche mese dall’avvio dell’”Emergenza Coronavirus”, tematica ormai all’ordine del giorno sia in ambito lavorativo sia non, ci si pone inevitabilmente domande su stati d’animo, reazioni da parte di aziende e comunità a valle di questo cambiamento radicale imposto per tutta la nazione. Quali sono le emozioni derivanti da questo “cambio di rotta”? Inizialmente si percepivano confusioni, paura, panico derivato da un sistema sanitario sull’orlo del collasso nelle Regioni in cui l’emergenza ha raggiunto il picco più critico.

Quando il virus era ancora lontano, tutti sono stati molto, forse troppo ottimisti ed eccessivamente fiduciosi sul fatto di poter essere o meno contagiati. Studi scientifici hanno constatato che la stragrande maggioranza della popolazione avesse la certezza di non essere neanche lontanamente a rischio contagio; in pratica vi era la convinzione che qualora il virus fosse arrivato in Italia, avrebbe colpito sì, ma senza contagiarci in prima persona. Tutto ciò nonostante l’OMS e gli epidemologi più rinomati al mondo, già prevedevano una pandemia di tipo mondiale che avrebbe infettato fino all’80% della popolazione mondiale (asintomatici compresi). Si può pertanto affermare con discreta certezza che la maggior parte dei cittadini sono stati vittima di una sorta di “ottimismo irrealistico” rispetto alla situazione in atto. In questa come in molte altre situazioni meno gravi e più comuni, tendiamo a percepire che “gli altri”, abbiano un rischio maggiore rispetto a noi, come se in qualche modo fossimo immuni da un qualcosa che statisticamente però, potrebbe accadere a noi con la stessa statistica di accadimento degli altri; questa percezione è ulteriormente accentuata nel caso di soggetti che non sono immuno-depressi e/o non soffrono di malattie gravi.

Nel momento in cui però, il virus è arrivato in Italia, i decessi e i ricoveri in terapia intensiva sono saliti a dismisura, e tutto il mondo a cui eravamo abituati fino al giorno prima è cambiato, la nostra percezione ha subito un rapido “giro di boa”, per tutta la durata della “Fase 1” imposta dal Governo. Ad oggi, ci si potrebbe aspettare, a valle dell’avvio della tanto sofferta fase di riapertura delle varie attività, un atteggiamento più consapevole dei rischi da parte di tutta la popolazione. Come ribadito più e più volte dall’OMS e dai maggiori esperti in materia, soprattutto in questa fase, sono, anzi dovrebbero, essere proprio i comportamenti umani a fare la differenza per riuscire a contenere il contagio; pertanto, sarebbe utile per non dire essenziale, conoscere e analizzare le nostre percezioni della situazione che attualmente ci circonda.

Il problema, molto triste e alquanto preoccupante, è che la percezione del rischio da contagio per la stragrande maggioranza della popolazione, sembra essere arrivata, nonostante l’incubo dei mesi passati, ai minimi storici: è sufficiente uscire di casa per vedere quante persone circolano senza mascherina (o con la mascherina ma lasciando il naso scoperto!), con passo spedito, in maniera indifferente.

Spesso camminano in coppia conversando amabilmente. Addirittura, si tossisce e si starnutisce senza mettersi la mano davanti alla bocca, gesto che dovrebbe essere dettato dall’educazione e dal senso civico della singola persona, più che dalla paura di un virus mondiale.

Nemmeno un’ordinanza restrittiva con relative multe salate potrebbe essere efficace per fare usare finalmente alle persone comuni un po’ di buon senso.

La scarsa percezione del rischio, e di conseguenza la bassa aderenza alle misure di prevenzione è una caratteristica diffusa sia nei giovani (a quali in un certo senso sembra piacere la trasgressione, forse perché dà la sensazione di essere invincibili), sia negli adulti (che senz’altro avranno altro a cui pensare, e che pensano che indossare la mascherina sia ridicolo, e che tutto quello che ci dice l’OMS siano stupidaggini), sia degli anziani (che spesso si fossilizzano dietro la posizione di aver finito la propria vita e non avere più nulla da perdere).

Ormai è fuori da ogni dubbio che il distanziamento fisico e non “sociale” (che fa ricorrere i nostri pensieri verso un costrutto di casta sociale, quanto meno pericoloso..) costituisca la principale misura di prevenzione contro la diffusione dei contagi e della pandemia: l’utilizzo di mascherine e guanti, la riduzione dei contatti e il mantenimento della distanza di sicurezza, sono le norme basilari da seguire.

Invece, gli stessi condomini, che sono sempre stati i maggiori centri di litigi e discussioni, sono diventati dei veri centri di aggregazione per aperitivi di gruppo, incontri sul pianerottolo, scambi di conversazioni e confidenze. Ora che, peraltro, la visita dei nonni ai nipotini è consentita, così come la partecipazione ai pranzi domenicali, sono la prova palese di come una motivazione affettiva, seppur comprensibile, possa provocare conseguenze anche molto gravi. La leggerezza di molti (per non dire l’irresponsabilità) espone a un grave rischio tutti quelli con cui vengono in contatto, senza neanche rendersene conto.

Purtroppo, chi è responsabile e agisce correttamente, pensa, in assoluta buona fede, che altri si comportino allo stesso modo, seguendo le norme di prevenzione, evitando di esporsi a situazioni di rischio e mantenendo le rispettose distanze. Se provassimo a considerare ogni nostro interlocutore come un soggetto potenzialmente infettante, aumenterebbe lo stato di allerta, la prudenza, e senza troppo sforzo faremmo davvero tutti la nostra parte.

La convivenza con la paura del contagio ci accompagnerà per diverso tempo; e poi siamo così sicuri che i luoghi di lavoro siano gli ambienti “più a rischio”…?

L’attenzione a questo virus bio-psichico (cit. Andrea Cirincione), dovrà essere per forza di cose senza confini personali e di ruolo aziendale; la disciplina condivisa e rispettata da tutti è la prima vera iniezione di fiducia di cui tanto abbiamo bisogno!

Articolo pubblicato su Punto Sicuro

Il tema della disconnessione associata al tecnostress

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L’epidemia causata dal Covid-19, più comunemente noto come Coronavirus, ha costretto la popolazione mondiale e, in particolare, quella italiana a rinchiudersi dentro casa. Ciò ha avuto come conseguenza la necessità di ricercare nuove forme di lavoro che esulassero da quelle più comuni e tipiche.
A tal proposito, la possibilità di svolgere “lavoro agile” (o smart working) è nota nel contesto italiano da diverso tempo ed è regolata dalla legge 81/2017. Invece, cosa meno comune (ma non di certo sconosciuta) riguarda l’utilizzo delle videoconferenze per ovviare all’impossibilità di comunicare vis-à-vis.
Questi due “nuovi” aspetti del lavoro, pur essendo delle modalità “comode”, portano con sé dei rischi legati ai temi di Disconnessione e Technostress. In che modo? Già nel 2008, Ragu-Nathan e collaboratori avevano ipotizzato (e poi validato) l’esistenza di cinque dimensioni di questo costrutto (Overload, Invasion, Complexity, Insecurity, Uncertainty). Il lavoro agile si associa alle dimensioni Overload e Invasion, mentre le videoconferenze richiamano la dimensione Uncertainty. Vediamo come.

Analizziamo il lavoro agile. Lo stereotipo del lavoratore moderno è quello che lo vede in possesso di un laptop e di uno smartphone aziendale. Il fine è quello di, da una parte, dotare il lavoratore degli strumenti adatti a svolgere la propria mansione anche fuori dall’ufficio e di renderlo efficiente lavorando con più strumenti simultaneamente (multitasking); dall’altra, di renderlo sempre reperibile. Tant’è che oggi un termine che si associa alla società moderna è quello di “24/7”, coniato da Jonathan Crary: cioè essere attivi e reperibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Ciò che non si considera è che l’utilizzo spropositato dei dispositivi digitali (smartphone su tutti), non fa altro che sovraccaricare il cervello di informazioni (Overload), impedendo al lavoratore di riposare anche fuori dall’orario di lavoro e durante i weekend, provocandogli, inoltre, la sensazione di sentirsi invaso (Invasion). In questo contesto, la possibilità di disconnettersi diventa allora un espediente per staccare la spina e a ridurre il rischio di “technostressarsi”. Cosa che, a pensarci bene, non si fa quasi mai.
Eppure, è la stessa legge che regola il lavoro agile a riconoscere al lavoratore «il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi» subordinandolo al «rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro autorizzate dal medico del lavoro, nonché delle eventuali fasce di reperibilità».
Se per il lavoro agile la possibilità di disconnessione può figurare come un’utile strategia di difesa dal rischio Technostress, lo stesso non si può dire quando a disconnettersi non è l’essere umano, ma la tecnologia. Il lavoro da casa spesso ci induce a comunicare e a lavorare in videoconferenza con altre persone. Nonostante esistano ormai diverse piattaforme in grado di ottemperare a questa esigenza, si stanno riscontrando sempre più problemi di rete causati dall’elevato numero di persone connesse alla stessa videochiamata. E la colpa non può essere attribuita solo ed esclusivamente alla qualità della connessione Internet, considerando che la fibra copre buona parte del territorio nazionale.
La qualità della videochiamata può incidere fortemente sulla comunicazione generando incomprensioni, ma soprattutto malcontento e incertezza legati all’utilizzo di una tecnologia dalla quale ci si aspetterebbero meno malfunzionamenti (Uncertainty). A queste si accompagnano emozioni quali ansia, frustrazione, rabbia che si ripresentano spesso in questo periodo di quarantena obbligatoria.
Le stesse le possiamo ritrovare quando stiamo connessi troppo a lungo, magari perché ci sentiamo legittimati a rispondere ad una mail o ad una chiamata di lavoro fuori orario.
Potremmo, invece, utilizzare il tempo che abbiamo a nostra disposizione per prendere alcuni piccoli accorgimenti che migliorerebbero la nostra vita quotidiana, che vanno dalla semplice disconnessione dei dispositivi digitali alla più complessa elaborazione delle nostre emozioni. Ritagliarci del tempo per stare a contatto con le emozioni “negative” che queste situazioni ci suscitano potrebbe rivelarsi un’arma a nostro favore in questo grande periodo di incertezza. E, perché no, potremmo imparare a sdrammatizzare se Skype ci mostrasse improvvisamente un errore, proprio mentre stavamo esponendo un concetto fondamentale della formazione erogata in modalità webinar.
Allora, mentre restiamo a casa, proviamo a ripensare il nostro tempo, pensando che potrebbe andare peggio. Ad esempio, potremmo non avere Internet.

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa

Percezione del rischio, comportamenti sicuri ai tempi del Coronavirus

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In questo momento di emergenza mondiale, i temi della coscienza civica e quello dell’etica dei comportamenti assumono un ruolo predominante.

Il richiamo “presidenziale” alla solidarietà gruppale e alla responsabilità personale rimanda nel concreto all’adozione di comportamenti sicuri e responsabili.

La decisione di adottare pedissequamente o meno, le indicazioni comportamentali del vademecum ufficiale del Ministero della Sanità in tema COVID 19, fa parte dei processi cognitivi legati alla percezione del rischio.

Un aspetto che vorrei porre in attenzione è quello legato all’esibizione sempre più frequente della violazione comportamentale, intesa ed esemplificata nel “so che dovrei comportarmi così, ma nel concreto mi comporto diversamente”.

Scomodando L.Festinger, potrei dire che siamo di fronte ad uno dei tanti esempi di dissonanza cognitiva, cioè di “potenziale” stato di disagio scaturito dall’incoerenza tra quello che penso/credo e come poi in realtà mi comporto.

Ma nella realtà è proprio l’agire al contrario dell’effetto della solidarietà gruppale, ad attutire o addirittura annullare il personale quanto auspicato disagio.
Ritengo invece che sia più un problema di un’errata percezione del rischio, la causa determinante e propulsiva di comportamenti elusi e violanti le indicazioni comportamentali tese a ridurre il contagio del COVID 19.
Da dove può nascere questa disfunzionale, per la salute della collettività e per la propria, errata percezione del rischio?

Ricordiamoci che il nostro cervello prende spesso scorciatoie, che non aiutano a percepire correttamente il rischio:
Ad esempio (tratto dal Vademecum dell’Ordine degli Psicologi della Liguria): ricordiamo di più e facciamo maggiormente caso ai fatti che riportano le peggiori conseguenze.
Stimiamo più alta la probabilità di un evento se questo riceve forte attenzione mediatica ed è ad alto contenuto ed impatto emotivo.
Valutiamo più grave una minaccia le cui conseguenze sono visibili nell’immediato ( COVID-19 versus Emergenza climatica).

Un contributo importante a mio avviso è dato dall’infausta assunzione “in tanto accadrà agli altri e non a me” che ha un forte grado di parentela con la sindrome “Nimby”, not in my back yard, letteralmente “non nel mio cortile”).

Sempre in tema di “Nimby” la situazione odierna ci impone un atteggiamento di coscienza civica e responsabilità che ci dovrebbe spostare su un più utile “Pimby”, “please in my back yard”, letteralmente “per favore nel mio cortile”.

E’ proprio l’assunzione di questo tipo di atteggiamento e conseguentemente l’adozione di comportamenti diligenti e sicuri ad elicitare concretamente la resilienza che ci viene richiesta e che ci serve nel concreto.

Infine uno sguardo di positività… rallentare significa anche avere più tempo per riflettere, rivedere alcuni impegni, riprendere certe relazioni, almeno a distanza…

Assumere temporaneamente una posizione “depressiva” non è poi così male se ovviamente questa modalità può essere utile a rivederti e rivedere con “lenti” diverse, situazioni e progetti, destrutturare paradigmi e certezze mai così in realtà incerte e volatili…


Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa

Qualifica del formatore: il requisito formale non può esulare da capacità

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Qualifica del formatore: il requisito formale non può esulare da capacità

La formazione in materia salute e sicurezza è uno strumento necessario di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Gli interventi formativi per essere efficaci devono essere veicolati da Formatori qualificati, competenti e performanti.

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Il welfare nel nuovo contesto socio-giuridico e di tutela avanzata del cittadino lavoratore

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a cura di Laura Notarianni, con la partecipazione di Massimo Servadio nel comitato scientifico

Il volume esamina, attraverso la lente dei diritti di cittadinanza, tutti gli aspetti che caratterizzano il fenomeno del welfare integrativo, fornendo così una lettura che prende le distanze dai sistemi descrittivi legati ai vantaggi fiscali, per andare a sondare – sul piano teorico ed empirico – quali interessi sono intercettati o intercettabili e come il loro soddisfacimento può integrarsi con politiche pubbliche di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, promozione delle pari opportunità, garanzia dell’invecchiamento attivo e inclusione lavorativa dei giovani.

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La sicurezza si nasconde nei dettagli

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Per moltissimi anni la sicurezza è stata definita come una condizione in cui il numero di eventi avversi come gli infortuni, gli incidenti senza conseguenze, i cosiddetti “near misses”, le condizioni pericolose o “hazards” sia il più basso possibile. Secondo questa prospettiva, la gestione del Sistema di Sicurezza in azienda, richiamando l’art. 30 del T.U. 81, sta nel garantire che il numero di questi eventi avversi rimanga il più basso possibile, chiaramente compatibilmente con la tipologia di azienda e i rischi connessi alle varie mansioni e alla tipologia dei luoghi di lavoro della stessa. In termini pratici, sembra che paradossalmente lo stato della condizione di sicurezza aziendale venga misurata in base alla quantità di eventi in cui si ha un fallimento, anche parziale, della sicurezza stessa, invece che tener conto di tutte quelle situazioni quei momenti in cui invece ha successo, come se fossero di minore importanza. Evidentemente, questo approccio induce i lavoratori, i preposti, ed in generale tutti coloro che hanno un ruolo chiave in termini di salute e sicurezza aziendale, a pensare di dover “saper rispondere a tutto quello che va o che potenzialmente potrebbe andare male”.

Provando però a cambiare prospettiva, se provassimo a focalizzarci sul buon andamento della sicurezza in azienda (e quindi alla riuscita del sistema di gestione della stessa), invece che sulle sconfitte, avremmo la percezione della materia di sicurezza non come il tentativo di far sì che qualcosa “finisca male”, ma come una certezza, una garanzia che “sta andando tutto bene”. Quello che spesso l’essere umano, condizionato da una serie di fattori quali la stanchezza, la troppa confidenza con il luogo di lavoro o di transito, etc.. spesso non riesce a cogliere, sono le variabili che intervengono e inevitabilmente modificano il sistema di riferimento, in questo caso il luogo di lavoro, a cui siamo abituati. Basti pensare ad alcuni esempi molto comuni ma che spesso si tende a trascurare anche e soprattutto in fase di valutazione dei rischi, quali condizioni metereologiche avverse (pioggia, vento,), condizioni climatiche limite (calore estivo soffocante o freddo rigido invernale), scarsa illuminazione (il luogo di lavoro cambia letteralmente faccia se osservato in visione diurna rispetto che in visione notturna), o ancora guasti o malfunzionamenti delle attrezzature da lavoro, cambio dei componenti, quindi delle persone, all’interno di squadre di lavoro, possibili interferenze dovute alla coesistenze, nello stesso contesto, di più squadre o più aziende, e così via.Pubblicità

È proprio in queste circostanze fuori dallo standard che il lavoratore ha in testa che la sicurezza ha successo: se provassimo a contare, nonostante l’elevato numero delle variabili ed il continuo cambiamento delle stesse, il numero dei risultati che consideriamo “buoni” o “desiderati”, rispetto a quelli in cui la sicurezza non è andata come ci saremmo aspettati, la nostra visione della materia cambierebbe notevolmente. Pertanto, il nuovo scopo sarà quello di provare a garantire che il maggior numero possibile di attività all’interno di una stessa azienda vada per il verso giusto, e che il lavoro di tutti i giorni raggiunga gli obbiettivi prefissati. Da un punto di vista pratico e, se vogliamo, quantitativo, la sicurezza viene gestita in base al numero degli obbiettivi raggiunti (gli eventi che sono “andati bene”), e che quindi viene misurata contando il numero dei successi anziché degli insuccessi.

Affinché quanto sopra sia possibile però, non possiamo accontentarci di una sicurezza reattiva, ma dobbiamo puntare a una sicurezza che sia pro-attiva: ogni attore della sicurezza (dal lavoratore al dirigente delegato) deve basare la sua percezione della stessa sul fatto che le prestazioni o le attività che svolge tutti i giorni vanno a buon fine, anziché far riferimento a quando queste sono fallite, seguendo l’approccio quasi standard di molte valutazioni o analisi dei rischi.

Lo scoglio vero e proprio di questa “transazione” dalla vecchia alla nuova prospettiva, è che si tratta a tutti gli effetti di un cambio culturale; una formazione efficace può essere una rampa di lancio verso un pensiero comune innovativo, che evidentemente dovrà poi venir coltivato tramite interventi mirati quali training on the job, condivisione dei risultati ottenuti e dei “Safety KPI” con i lavoratori, i preposti, e i loro rappresentanti.

L’obbiettivo finale sarà il monitoraggio delle diverse attività in tema di metodologia di lavoro: gli operatori sono (o saranno) capaci di svolgere il loro lavoro di routine avendo sempre un occhio aperto per quelle variabili che potrebbero intervenire sul loro sistema di riferimento e alterarne il risultato, anche in termini di sicurezza?

“Ai posteri l’ardua sentenza…”

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa

 Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

L’organizzazione centrata sulla persona

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Nella società odierna, il più grande errore che un imprenditore può commettere è quello di non porre la giusta attenzione sulla soddisfazione e sulla motivazione dei propri collaboratori. Spesso infatti, gli argomenti più discussi negli ambiti impiegatizi riguardano più la gestione del tempo e la produttività che la soddisfazione e la motivazione, le quali vengono spesso sottovalutate e date per scontate.

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Demotivarsi alla sicurezza

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Il fenomeno “Yes Man” in ambito salute e sicurezza
Chi non ha visto il film “YES MAN”? L’inimitabile Jim Carrey in carriera, abituato a rispondere sempre di NO, si trova per uno strano scherzo del destino a dover dire sempre di SI a richieste e suggerimenti dei colleghi e di tutte le persone che lo circondano. Solo in questo modo riesce a uscire completamente dalla sua routine e si addentra alla scoperta non solo di un mondo sconosciuto, ma addirittura di nuove caratteristiche di sé stesso.

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