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PuntoSicuro

Qualifica del formatore: il requisito formale non può esulare da capacità

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Qualifica del formatore: il requisito formale non può esulare da capacità

La formazione in materia salute e sicurezza è uno strumento necessario di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Gli interventi formativi per essere efficaci devono essere veicolati da Formatori qualificati, competenti e performanti.

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Il welfare nel nuovo contesto socio-giuridico e di tutela avanzata del cittadino lavoratore

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a cura di Laura Notarianni, con la partecipazione di Massimo Servadio nel comitato scientifico

Il volume esamina, attraverso la lente dei diritti di cittadinanza, tutti gli aspetti che caratterizzano il fenomeno del welfare integrativo, fornendo così una lettura che prende le distanze dai sistemi descrittivi legati ai vantaggi fiscali, per andare a sondare – sul piano teorico ed empirico – quali interessi sono intercettati o intercettabili e come il loro soddisfacimento può integrarsi con politiche pubbliche di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, promozione delle pari opportunità, garanzia dell’invecchiamento attivo e inclusione lavorativa dei giovani.

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La sicurezza si nasconde nei dettagli

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Per moltissimi anni la sicurezza è stata definita come una condizione in cui il numero di eventi avversi come gli infortuni, gli incidenti senza conseguenze, i cosiddetti “near misses”, le condizioni pericolose o “hazards” sia il più basso possibile. Secondo questa prospettiva, la gestione del Sistema di Sicurezza in azienda, richiamando l’art. 30 del T.U. 81, sta nel garantire che il numero di questi eventi avversi rimanga il più basso possibile, chiaramente compatibilmente con la tipologia di azienda e i rischi connessi alle varie mansioni e alla tipologia dei luoghi di lavoro della stessa. In termini pratici, sembra che paradossalmente lo stato della condizione di sicurezza aziendale venga misurata in base alla quantità di eventi in cui si ha un fallimento, anche parziale, della sicurezza stessa, invece che tener conto di tutte quelle situazioni quei momenti in cui invece ha successo, come se fossero di minore importanza. Evidentemente, questo approccio induce i lavoratori, i preposti, ed in generale tutti coloro che hanno un ruolo chiave in termini di salute e sicurezza aziendale, a pensare di dover “saper rispondere a tutto quello che va o che potenzialmente potrebbe andare male”.

Provando però a cambiare prospettiva, se provassimo a focalizzarci sul buon andamento della sicurezza in azienda (e quindi alla riuscita del sistema di gestione della stessa), invece che sulle sconfitte, avremmo la percezione della materia di sicurezza non come il tentativo di far sì che qualcosa “finisca male”, ma come una certezza, una garanzia che “sta andando tutto bene”. Quello che spesso l’essere umano, condizionato da una serie di fattori quali la stanchezza, la troppa confidenza con il luogo di lavoro o di transito, etc.. spesso non riesce a cogliere, sono le variabili che intervengono e inevitabilmente modificano il sistema di riferimento, in questo caso il luogo di lavoro, a cui siamo abituati. Basti pensare ad alcuni esempi molto comuni ma che spesso si tende a trascurare anche e soprattutto in fase di valutazione dei rischi, quali condizioni metereologiche avverse (pioggia, vento,), condizioni climatiche limite (calore estivo soffocante o freddo rigido invernale), scarsa illuminazione (il luogo di lavoro cambia letteralmente faccia se osservato in visione diurna rispetto che in visione notturna), o ancora guasti o malfunzionamenti delle attrezzature da lavoro, cambio dei componenti, quindi delle persone, all’interno di squadre di lavoro, possibili interferenze dovute alla coesistenze, nello stesso contesto, di più squadre o più aziende, e così via.Pubblicità

È proprio in queste circostanze fuori dallo standard che il lavoratore ha in testa che la sicurezza ha successo: se provassimo a contare, nonostante l’elevato numero delle variabili ed il continuo cambiamento delle stesse, il numero dei risultati che consideriamo “buoni” o “desiderati”, rispetto a quelli in cui la sicurezza non è andata come ci saremmo aspettati, la nostra visione della materia cambierebbe notevolmente. Pertanto, il nuovo scopo sarà quello di provare a garantire che il maggior numero possibile di attività all’interno di una stessa azienda vada per il verso giusto, e che il lavoro di tutti i giorni raggiunga gli obbiettivi prefissati. Da un punto di vista pratico e, se vogliamo, quantitativo, la sicurezza viene gestita in base al numero degli obbiettivi raggiunti (gli eventi che sono “andati bene”), e che quindi viene misurata contando il numero dei successi anziché degli insuccessi.

Affinché quanto sopra sia possibile però, non possiamo accontentarci di una sicurezza reattiva, ma dobbiamo puntare a una sicurezza che sia pro-attiva: ogni attore della sicurezza (dal lavoratore al dirigente delegato) deve basare la sua percezione della stessa sul fatto che le prestazioni o le attività che svolge tutti i giorni vanno a buon fine, anziché far riferimento a quando queste sono fallite, seguendo l’approccio quasi standard di molte valutazioni o analisi dei rischi.

Lo scoglio vero e proprio di questa “transazione” dalla vecchia alla nuova prospettiva, è che si tratta a tutti gli effetti di un cambio culturale; una formazione efficace può essere una rampa di lancio verso un pensiero comune innovativo, che evidentemente dovrà poi venir coltivato tramite interventi mirati quali training on the job, condivisione dei risultati ottenuti e dei “Safety KPI” con i lavoratori, i preposti, e i loro rappresentanti.

L’obbiettivo finale sarà il monitoraggio delle diverse attività in tema di metodologia di lavoro: gli operatori sono (o saranno) capaci di svolgere il loro lavoro di routine avendo sempre un occhio aperto per quelle variabili che potrebbero intervenire sul loro sistema di riferimento e alterarne il risultato, anche in termini di sicurezza?

“Ai posteri l’ardua sentenza…”

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa

 Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

L’organizzazione centrata sulla persona

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Nella società odierna, il più grande errore che un imprenditore può commettere è quello di non porre la giusta attenzione sulla soddisfazione e sulla motivazione dei propri collaboratori. Spesso infatti, gli argomenti più discussi negli ambiti impiegatizi riguardano più la gestione del tempo e la produttività che la soddisfazione e la motivazione, le quali vengono spesso sottovalutate e date per scontate.

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Demotivarsi alla sicurezza

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Il fenomeno “Yes Man” in ambito salute e sicurezza
Chi non ha visto il film “YES MAN”? L’inimitabile Jim Carrey in carriera, abituato a rispondere sempre di NO, si trova per uno strano scherzo del destino a dover dire sempre di SI a richieste e suggerimenti dei colleghi e di tutte le persone che lo circondano. Solo in questo modo riesce a uscire completamente dalla sua routine e si addentra alla scoperta non solo di un mondo sconosciuto, ma addirittura di nuove caratteristiche di sé stesso.

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La sindrome da “Bore – out”

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Un’anomalia mentale che porta allo sfinimento per noia per mancanza di lavoro, da non confondersi con il Burnout….

C’è una sostanziale differenza tra i fenomeni del “burnout” e del “bore-out”.

Il primo è classificato generalmente come una sorta di disagio lavorativo concausato dal troppo stress da lavoro.

La sindrome del bore-out invece rappresenta un’altra anomalia mentale che porta piuttosto allo sfinimento per noia per mancanza di lavoro. Fatto aggravante è sicuramente un eventuale futuro e fatale licenziamento dal posto di lavoro, del quale sarebbero colpiti in prospettiva, per vari motivi, quasi un terzo dei lavoratori attuali.  

Nel 2016, in un curioso articolo del settimanale Le Vif-L’Express a Bruxelles, il bore-out viene descritto come una invadente malattia soggettiva.

Da quando si è iniziato a parlarne, si è subito chiarito che boreout non equivale a pigrizia; il problema principale è la mancanza di sfide che una determinate mansione può offrire o no al dipendente, ovvero il non essere assorbiti da qualcosa cui si tiene veramente. La particolarità di questa sindrome è che può colpire dagli impiegati al top manager. Per questo si potrebbe affermare che “le vie del Bore – Out sono infinite”; chi ne è affetto simula impegno, come se la regola aurea fosse sembrare continuamente affaccendati, tanto da dare l’impressione di essere sul punto di collassare.Pubblicità

Il campionario delle strategie messe in atto per evitare di sembrare annoiati è vasto: si va dal riempire la scrivania di carte e cartelle al picchiare duro e rumorosamente sulla tastiera del computer, dall’aggirarsi per i corridoi con aria seria e preoccupata, al finire con il portarsi il lavoro a casa, anche se spesso non sarebbe necessario. L’unica conseguenza che nessuno mette in preventivo è che la sera si torna a casa stanchi e stressati. Il sentimento di non essere adeguati e sottovalutati porta dritto alla disistima di sé che, in una spirale di cui non si vede la fine, finisce con il ripercuotersi sul rendimento lavorativo. Il Bore – Out è come un virus digitale, una sindrome d’ufficio, da scrivania e computer, tipico della moderna società high- tech. Nel terziario avanzato spesso si cercano persone con formazione accademica, magari proprio quando non sarebbe necessario per il tipo di posto che si andrà a ricoprire. In questi casi, l’iperqualificazione porta alla sottovalutazione di sé stessi.

Il Bore – Out è insidioso, in quanto non è sempre facile riconoscerlo. Il mondo del lavoro è diventato altamente competitivo, e lo stress da performance è visto come un sinonimo di efficienza. Per questo il suo contrario, il sottoutilizzo, rimane nell’ombra, ma è errato pensare, come si crede comunemente, che siano i funzionari delle amministrazioni pubbliche a soffrirne di più. La burocratizzazione delle mansioni è infatti una costante della terziarizzazione che ha investito molti ambienti di lavoro. Per alcuni esperti la sindrome da bore-out rientra nella patologizzazione della vita quotidiana, nel cercare una malattia dappertutto.

Check-list: Soffri di sindrome di bore-out?

  • Ti dedichi a faccende private durante le ore di lavoro?
  • Ti senti sottostimolato o annoiato?
  • Di tanto in tanto ti capita di far finta di lavorare, mentre in realtà non stai facendo nulla?
  • Alla sera ti senti stanco e spossato anche se non hai subito nessun tipo di stress?
  • Sei decisamente scontento del tuo lavoro?
  • Non vedi lo scopo del tuo lavoro, né il suo senso più profondo?
  • Saresti di fatto in grado di svolgere le tue mansioni molto più rapidamente di quanto tu non faccia?
  • Ti piacerebbe cambiare lavoro ma sei frenato dal timore di guadagnare troppo poco in un altro contesto?
  • Spedisci e-mail private ai colleghi durante le ore di lavoro?
  • Nutri uno scarso interesse nei confronti del tuo lavoro o non ne nutri affatto?

Se hai risposto affermativamente a più di quattro domande, potresti soffrire di sindrome di bore-out o essere comunque a rischio.

Una nuova sindrome quindi da non sottovalutare da parte di tutti, in primis dalla persona colpita e in secundis dal suo capo diretto, ma anche dal responsabile risorse umane, dall’amministratore delegato, ecc….

“Tutto il resto è noia” F. Califano, 1976

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa

Bibliografia: Philippe Rothlin / Peter R. Werder: Unterfordert. Diagnose Boreout – wenn Langeweile krank macht. (Mancanza di stimoli. Diagnosi di bore-out – quando la noia diventa malattia) Redline Verlag 2014

 Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Tratto da: https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/tipologie-di-rischio-C-5/rischio-psicosociale-stress-C-35/la-sindrome-da-bore-out-AR-19411/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_content=3&utm_campaign=nl20190924%2BPuntoSicuro%3A+sommario+del+24+settembre+2019&iFromNewsletterID=2700 – Copyright © All Rights reserved 1999-2019 – All Rights Reserved.

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L’attuale e sempre più crescente digitalizzazione sta facendo mutare, oltre il panorama socio-culturale, anche quello lavorativo: alcuni studi infatti, stimano che quasi la metà dei lavori svolti attualmente da persone fisiche nel mondo potrà essere automatizzato quando le tecnologie si saranno diffuse su scala globale. La previsione è che entro il 2020 si creeranno 2 milioni di nuovi posti di lavoro in tutto il mondo, ma contemporaneamente ne spariranno 7 milioni. La competenza richiesta ai lavoratori sarà quella digitale.

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La prevenzione individuale del technostress: la meditazione

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L’aspetto del decision making occupa molteplici aspetti della vita quotidiana e proprio per questo motivo è impossibile scinderlo da un contesto che caratterizza più di ogni altro la vita di tutti i giorni, ovvero quello lavorativo.

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