Con l’avvento della pandemia, le abitudini professionali hanno subito una trasformazione radicale. Il lavoro da remoto, adottato in modo repentino, ha rotto gli equilibri psicologici e sociali a cui molti lavoratori erano abituati. È in questo scenario che si è iniziato a parlare con insistenza di due fenomeni apparentemente opposti ma spesso correlati: il boreout e il quiet quitting.
Le discussioni online si sono concentrate sul significato e le implicazioni del quiet quitting. Ma cosa si intende con questa espressione?
Quiet Quitting: una forma di disinvestimento emotivo
Il quiet quitting non è un vero e proprio abbandono del lavoro, bensì una ritirata silenziosa. Chi lo adotta sceglie di limitarsi a eseguire i compiti previsti dal contratto, evitando qualsiasi coinvolgimento oltre il minimo necessario. Non c’è licenziamento, ma un disimpegno intenzionale.
Questo atteggiamento comporta la rinuncia a contribuire attivamente al miglioramento, all’innovazione o alla collaborazione tra colleghi. In alcuni casi, può compromettere la performance individuale e di gruppo, influenzare negativamente il clima organizzativo e persino avere ripercussioni sulla sicurezza. Dietro a questa scelta, spesso si nasconde un disagio verso un ambiente percepito come incoerente, ingiusto o logorante.
Boreout: quando la noia consuma il significato del lavoro
Accanto al quiet quitting, si fa strada un altro problema meno visibile ma altrettanto critico: il boreout. In questo caso, la causa principale non è lo stress eccessivo, bensì la sua totale assenza. Si tratta di una condizione di demotivazione cronica dovuta a mansioni ripetitive, a una scarsa stimolazione mentale o alla sensazione di non essere valorizzati.
Chi sperimenta il boreout spesso si sente sottoutilizzato, poco sfidato e privo di una direzione significativa nel proprio lavoro. La ripetitività porta alla noia. La noia alla frustrazione. E questa, a lungo andare, può degenerare in ansia o depressione.
Boreout e Quiet Quitting: un confine sottile
A prima vista, boreout e quiet quitting sembrano molto diversi. Il primo nasce da un ambiente lavorativo troppo scarico, il secondo da una reazione a un contesto vissuto come troppo esigente o poco gratificante. Tuttavia, i due fenomeni possono intrecciarsi.
Una persona inizialmente colpita da boreout può decidere, come forma di autodifesa, di adottare un atteggiamento da quiet quitter. Allo stesso modo, chi si sente sfruttato o ignorato può, nel tempo, perdere interesse e finire per percepire il lavoro come vuoto e inutile. In entrambi i casi, il risultato è una disconnessione emotiva dal lavoro e una perdita progressiva di significato.
L’importanza dello stress “giusto”
Per evitare l’emergere di boreout e quiet quitting, è utile cambiare prospettiva sullo stress. Non tutto lo stress è dannoso. Esiste infatti uno stress positivo, chiamato eustress, che ha un ruolo cruciale nella motivazione, nella crescita personale e nella soddisfazione lavorativa.
L’eustress è una forma di attivazione che stimola le risorse interiori e migliora le performance. Si presenta quando affrontiamo sfide alla nostra portata, in un contesto che ci sostiene. È lo stress che proviamo prima di un esame o mentre lavoriamo a un progetto coinvolgente. Non ci blocca: ci spinge a dare il meglio.
Il ruolo dell’eustress nella prevenzione
Favorire l’eustress significa progettare contesti lavorativi che sappiano attivare le persone senza sopraffarle. Non si tratta di eliminare ogni difficoltà, bensì di offrire obiettivi raggiungibili, compiti vari, stimoli adeguati, momenti di feedback e possibilità di miglioramento continuo.
Un’organizzazione che promuove l’eustress diventa un luogo in cui si lavora con motivazione. Le persone si sentono parte di un progetto, possono esprimere idee, sbagliare senza essere punite, e percepire che le sfide quotidiane hanno senso. Questo tipo di ambiente è il migliore antidoto contro boreout e quiet quitting.
Il giusto equilibrio tra impegno e sostenibilità
L’errore più comune nella gestione dello stress organizzativo è concentrarsi esclusivamente sulla riduzione del carico. Ma anche un lavoro troppo facile, povero di stimoli, può essere nocivo. Il segreto sta nel trovare un equilibrio dinamico tra complessità e chiarezza, tra autonomia e guida, tra sfida e supporto.
La prevenzione del boreout e del quiet quitting passa da qui: disegnare percorsi di carriera che valorizzino il potenziale individuale, bilanciare attività di routine e progetti stimolanti, fornire feedback regolari e significativi. In altre parole, costruire contesti in cui le persone possano crescere senza essere abbandonate o sopraffatte.
Strategie organizzative per coinvolgere le persone
Un’azienda attenta sa riconoscere i segnali di malessere prima che diventino problematici. Il coinvolgimento dei dipendenti non nasce solo dal salario o dalla stabilità, ma dalla possibilità di incidere, proporre, apprendere.
Favorire l’ascolto attivo, lasciare spazio all’innovazione, promuovere la partecipazione: tutto ciò contribuisce a creare un clima favorevole. Le politiche di conciliazione tra lavoro e vita privata, la flessibilità negli orari e il riconoscimento delle diverse fasi della vita professionale sono elementi cruciali.
Prevenire il malessere attraverso la progettazione del lavoro
Molti casi di quiet quitting o boreout derivano da un errore iniziale nella definizione del ruolo. Mansioni troppo ristrette, compiti ripetitivi, obiettivi ambigui o irraggiungibili possono spingere le persone verso la disconnessione emotiva.
Investire nella progettazione dei ruoli significa creare incarichi che abbiano senso, che stimolino le competenze e che offrano margini di autonomia. Il significato percepito del lavoro è uno dei più potenti predittori di benessere e motivazione.
Un nuovo paradigma per la salute organizzativa
Per contrastare in modo efficace boreout e quiet quitting, è necessario un cambio di paradigma. Le organizzazioni non possono più limitarsi a gestire emergenze o turnover. Devono diventare luoghi in cui le persone trovano riconoscimento, equilibrio e possibilità di espressione.
Non si tratta solo di evitare il disagio, ma di promuovere attivamente il benessere. E questo passa dalla comprensione che il lavoro non è solo un dovere, ma può essere anche una fonte di crescita, identità e soddisfazione.
Coltivare il coinvolgimento, prevenire la disconnessione
Boreout e quiet quitting non sono inevitabili. Sono segnali che qualcosa, nel modo in cui organizziamo il lavoro, non sta funzionando. Possono essere evitati se si ascoltano i bisogni delle persone, se si offre una visione chiara e se si alimenta la motivazione attraverso il senso, il riconoscimento e l’autonomia.
Promuovere uno stress sano, mantenere alta l’attenzione sulla qualità del lavoro e offrire spazi di confronto costruttivo sono le basi per costruire ambienti di lavoro che durano, attraggono e restituiscono valore.






