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La partecipazione dei lavoratori alla sicurezza

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Se è ovvio che i datori di lavoro debbano offrire luoghi di lavoro in cui i rischi per la salute e la sicurezza siano adeguatamente controllati, è altrettanto vero che la legge impone anche ai dipendenti l’obbligo di contribuire in questo senso. Inoltre, nell’ambito delle attività aziendali, i datori di lavoro sono tenuti a consultare i lavoratori e i loro rappresentanti, perché il management da solo non può avere una soluzione a tutti i problemi di salute e di sicurezza, mentre i lavoratori e i loro rappresentanti possono portare con sé un bagaglio di conoscenze dettagliate ed esperienza nell’ambito della propria attività lavorativa, e in che modo potrebbe nuocere alla loro salute e sicurezza. Forse sarà per questo motivo che i luoghi di lavoro in cui i lavoratori contribuiscono attivamente alla salute e alla sicurezza, registrano, nella maggioranza dei casi, percentuali inferiori di infortuni sul lavoro.

Cosa si intende però, nello specifico, con «partecipazione dei lavoratori»? La partecipazione dei lavoratori alla salute e alla sicurezza è un semplice processo bilaterale in base al quale i datori di lavoro e i lavoratori, per mezzo anche dei loro rappresentanti, si parlano, ascoltano gli uni le preoccupazioni degli altri, condividono opinioni e informazioni, affrontano i problemi senza indugio, tengono in considerazione le proposte di tutti, si impegnano per trovare soluzioni comuni, e manifestano fiducia e rispetto reciproci.

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Gamification e sicurezza: quando il gioco diventa cosa seria

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Introdotto per la prima volta nel 2002 dal programmatore di giochi inglese Nick Pelling, il termine “Gamification” acquista popolarità dal 2010 e oggi rappresenta un tema complesso, multi-dimensionale e multi-disciplinare.

Fra le varie definizioni, quella che ritengo maggiormente esaustiva definisce la Gamification “l’applicazione di meccaniche di gioco e tecniche di game design per ingaggiare e motivare le persone a raggiungere propri obiettivi”. È questa una perfetta sintesi degli aspetti essenziali che riguardano questa prassi, atta a utilizzare aspetti propri del gioco (game) in contesti non ludici.

La Gamification ha sostanzialmente tre punti di forza che le garantiscono efficacia e assicurano a imprese e organizzazioni di raggiungere risultati performanti:

  1. Motivazione: la Gamification infatti ingaggia gli individui attivando e integrando differenti leve motivazionali
  2. Divertimento: l’aspetto ludico è in qualche modo richiamato attraverso un’esperienza condivisa, premiante e totalmente immersiva, rendendo chi la vive un vero protagonista
  3. Felicità: il fine ultimo è quello di aumentare il livello di soddisfazione e di emozioni positive che a loro volta favoriscono il benessere dell’audience

E le implicazioni nella Sicurezza?

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Modi di fare e modi di intendere la formazione alla sicurezza

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In un mondo virtuoso la quantità di formazione da eseguire dovrebbe essere accompagnata dalla qualità della stessa e soprattutto dalla resa della stessa in termini di apprendimento teorico-pratico dei discenti.
È solo utopico? Qual è lo stato dell’arte?
Dalla mia esperienza ma soprattutto dal confronto con gli altri, ne esce un quadro d’insieme leggermente diverso dalla precedente affermazione virtuosa.

Parto da quello che secondo me è il vero obiettivo della formazione: un’occasione per pensare e pensare con gli altri.
I protagonisti della sfida sono in primis il formatore e il discente.
Il formatore ha il delicato ma decisivo compito di accendere affetti e idee a prescindere dal contenuto del suo intervento; la sua motivazione deve essere intrinseca e deve “trasudare” continuamente nella sua presenza fisica e mentale hic et nunc in aula.
Tradotto: il primo a crederci deve essere lui….

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I nostri temi “caldi”

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Una breve sintesi dei temi più salienti che trattiamo.
Una breve sintesi di quello che è il nostro impegno.
Una breve sintesi dei nostri principali progetti.
Una breve sintesi delle nostre competenze più specifiche.
Una breve sintesi di ciò che i Clienti ci chiedono.
Una breve sintesi dei bisogni che soddisfiamo.

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Technostress: un’analisi tecnica del fenomeno

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Nel lontano 1984, in concomitanza dell’uscita del suo nuovo libro “Technostress: the human cost of computer revolution”, lo psicologo americano Craig Broad pone l’accento sull’emersione di un nuovo fenomeno, quello dello stress relativo all’uso delle nuove tecnologie. Definisce il technostress come “un disagio moderno causato dall’incapacità di coabitare con le nuove tecnologie del computer”. È il primo ad affrontare questo tema, mentre l’umanità comincia a rapportarsi con una “primitiva” rivoluzione tecnologica.

Devono passare dodici anni prima che qualcuno si interessi nuovamente al technostress, quando il professor Richard A. Hudiburg presenta la ricerca “Assessing and Managing Technostress” sulla relazione tra stress, nuove tecnologie e attività del bibliotecario.
Un anno dopo, gli psicologi Michelle Weil e Larry Rosen pubblicano il libro “TechnoStress: Coping with Technology @Work @Home @Play”, nel quale ampliano la definizione di technostress fornita da Broad e lo definiscono “ogni impatto o attitudine negativa, pensieri, comportamenti o disagi fisici o psicologici causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”. Il tema irrompe nel mondo del lavoro e delle aziende.

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Diversity Management: la flessibilità e gli aspetti di sicurezza

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Le forme di telelavoro o recentemente di “ smart working” trovano ancora poca diffusione; i lavoratori autonomi, il settore immobiliare, i servizi finanziari o il settore dell’education sono i settori italiani che possono competere con le popolazioni aziendali scandinave e olandesi.

Il “lavorare da casa” genera indubbi benefici sia per l’azienda che lo pratica, sia per la collettività.

Recenti ricerche hanno evidenziato come la lunghezza dell’orario di lavoro è mediamente maggiore per gli uomini, rispetto alle donne e per i lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti. I lavoratori part-time in primo luogo le donne e coloro che lavorano meno di 35 ore alla settimana sono i più soddisfatti rispetto al bilanciamento tra vita e lavoro e presentano la più bassa incidenza di problemi di salute fisici e psicologici.

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Stress lavoro-correlato: riflessioni sull’aggiornamento INAIL

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Sono passati quasi sei mesi dalla pubblicazione da parte di INAIL del manuale “La metodologia per la valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato”. Tale monografia è la nuova edizione aggiornata del testo del 2011 ‘Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro-correlato”.
In questo articolo provo ad illustrare quali sono le novità di tale aggiornamento alla luce della mia esperienza di consulente in questi ultimi sei mesi.

Una premessa: l’impianto metodologico è sostanzialmente invariato.

Il processo di valutazione e gestione del rischio si compone sempre di 4 fasi (fase propedeutica, fase della valutazione preliminare, fase della valutazione approfondita, fase di pianificazione degli interventi correttivi e piano di monitoraggio) e l’algoritmo, o diagramma di flusso come lo si preferisce definire, che raccorda tra loro le 4 fasi è identico a quello del 2011.

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La formazione Non Technical Skill – NTS nel cambio di paradigma da SAFETY I a SAFETY II

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Giovedi 29 Marzo 2018 -Ore 14:00-17:30
Sala Pozzoli – Via Don Minzoni, 2 -La Spezia
Convegno formativo

“Tutti ammettono che nella sicurezza rientrano competenze comunicative, leadership, gestione dello stress ecc. Ma spesso il livello di questi discorsi non va oltre una superficiale psicologia del senso comune. Inoltre, è necessario un cambio di paradigma. La questione non è come si parla di sicurezza, ma a quale sicurezza si pensa.”

Il convegno propone una riflessione su questi temi; lo sviluppo delle Competenze Non Tecniche nei profili di ruolo dei sistemi aziendali di prevenzione è ormai un fattore determinante per promuovere e garantire davvero la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Noi interverremo per offrire una panoramica su quali sono le NTS e ci confronteremo con altri illustri relatori.

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Esperienze di formazione sul rischio aggressione

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Il rischio aggressione è considerato un rischio emergente, tra i molteplici rischi in grado di interessare gli ambienti di lavoro.
Ad oggi il riferimento legislativo principale rispetto a questo tema resta il D. Lgs. 81/08, nella specificità dell’art. 28, il quale conferma che la valutazione deve riguardare “tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari”.
Se si entra nel merito della definizione di “ violenza sul luogo di lavoro”, è ben chiaro come sia ampia questa accezione perché comprende “qualsiasi episodio che implichi insulti, minacce, forme di aggressione fisica o psicologica praticate sul lavoro, da soggetti esterni o interni all’organizzazione, in grado di mettere in pericolo la sicurezza, la salute e il benessere psicofisico della persona”.

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Alimentazione e sicurezza: il ruolo dell’alimentazione negli infortuni

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L’interesse sempre più diffuso all’alimentazione e al suo rapporto con tutti gli aspetti della vita dell’uomo non può non tenere conto dell’aspetto lavorativo, considerando che noi tutti trascorriamo la maggior parte della nostra vita (e giornata) lavorando.

Alla luce della nuova e più esaustiva definizione di “salute del lavoratore” introdotta dal Testo Unico 81/2008, si parla di “stato completo di benessere fisico, mentale e sociale non consistente solo con l’assenza di malattia o d’infermità” e, pertanto, si è iniziato a estendere la sorveglianza sanitaria ad altre forme di prevenzione orientate agli stili di vita, come l’abitudine al fumo; l’abuso di alcool; l’assenza di attività fisica; l’adozione di una dieta non sana: tutti fattori che incidono fortemente sul benessere della persona. Nell’attività medica di sorveglianza sanitaria è ben nota la correlazione tra dieta poco sana e ripercussione sull’attività lavorativa, con un incremento dei giorni di malattia e una maggiore esposizione al rischio infortuni.

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