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La partecipazione dei lavoratori alla sicurezza

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Se è ovvio che i datori di lavoro debbano offrire luoghi di lavoro in cui i rischi per la salute e la sicurezza siano adeguatamente controllati, è altrettanto vero che la legge impone anche ai dipendenti l’obbligo di contribuire in questo senso. Inoltre, nell’ambito delle attività aziendali, i datori di lavoro sono tenuti a consultare i lavoratori e i loro rappresentanti, perché il management da solo non può avere una soluzione a tutti i problemi di salute e di sicurezza, mentre i lavoratori e i loro rappresentanti possono portare con sé un bagaglio di conoscenze dettagliate ed esperienza nell’ambito della propria attività lavorativa, e in che modo potrebbe nuocere alla loro salute e sicurezza. Forse sarà per questo motivo che i luoghi di lavoro in cui i lavoratori contribuiscono attivamente alla salute e alla sicurezza, registrano, nella maggioranza dei casi, percentuali inferiori di infortuni sul lavoro.

Cosa si intende però, nello specifico, con «partecipazione dei lavoratori»? La partecipazione dei lavoratori alla salute e alla sicurezza è un semplice processo bilaterale in base al quale i datori di lavoro e i lavoratori, per mezzo anche dei loro rappresentanti, si parlano, ascoltano gli uni le preoccupazioni degli altri, condividono opinioni e informazioni, affrontano i problemi senza indugio, tengono in considerazione le proposte di tutti, si impegnano per trovare soluzioni comuni, e manifestano fiducia e rispetto reciproci.

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I nostri temi “caldi”

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Una breve sintesi dei temi più salienti che trattiamo.
Una breve sintesi di quello che è il nostro impegno.
Una breve sintesi dei nostri principali progetti.
Una breve sintesi delle nostre competenze più specifiche.
Una breve sintesi di ciò che i Clienti ci chiedono.
Una breve sintesi dei bisogni che soddisfiamo.

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Technostress: un’analisi tecnica del fenomeno

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Nel lontano 1984, in concomitanza dell’uscita del suo nuovo libro “Technostress: the human cost of computer revolution”, lo psicologo americano Craig Broad pone l’accento sull’emersione di un nuovo fenomeno, quello dello stress relativo all’uso delle nuove tecnologie. Definisce il technostress come “un disagio moderno causato dall’incapacità di coabitare con le nuove tecnologie del computer”. È il primo ad affrontare questo tema, mentre l’umanità comincia a rapportarsi con una “primitiva” rivoluzione tecnologica.

Devono passare dodici anni prima che qualcuno si interessi nuovamente al technostress, quando il professor Richard A. Hudiburg presenta la ricerca “Assessing and Managing Technostress” sulla relazione tra stress, nuove tecnologie e attività del bibliotecario.
Un anno dopo, gli psicologi Michelle Weil e Larry Rosen pubblicano il libro “TechnoStress: Coping with Technology @Work @Home @Play”, nel quale ampliano la definizione di technostress fornita da Broad e lo definiscono “ogni impatto o attitudine negativa, pensieri, comportamenti o disagi fisici o psicologici causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”. Il tema irrompe nel mondo del lavoro e delle aziende.

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Diversity Management: la flessibilità e gli aspetti di sicurezza

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Le forme di telelavoro o recentemente di “ smart working” trovano ancora poca diffusione; i lavoratori autonomi, il settore immobiliare, i servizi finanziari o il settore dell’education sono i settori italiani che possono competere con le popolazioni aziendali scandinave e olandesi.

Il “lavorare da casa” genera indubbi benefici sia per l’azienda che lo pratica, sia per la collettività.

Recenti ricerche hanno evidenziato come la lunghezza dell’orario di lavoro è mediamente maggiore per gli uomini, rispetto alle donne e per i lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti. I lavoratori part-time in primo luogo le donne e coloro che lavorano meno di 35 ore alla settimana sono i più soddisfatti rispetto al bilanciamento tra vita e lavoro e presentano la più bassa incidenza di problemi di salute fisici e psicologici.

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Il Rischio Aggressione sul luogo di lavoro: quando l’aggressore è il cane

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Il Rischio Aggressione è un rischio emergente sempre più diffuso nel mondo del lavoro.

Assume sfumature differenti a seconda dell’azienda e delle mansioni professionali; può essere interno all’organizzazione o provenire dall’esterno, può nascere da incomprensioni interculturali e ha una forte componente di relazione interpersonale.
Tutto questo implica sempre un rapporto uomo-uomo (inteso come genere umano).

Ma quando l’aggressore è un animale domestico?

Stiamo seguendo un’attività formativa presso un’azienda cliente, a conclusione di un intervento consulenziale che ha visto la redazione di un DVR specifico sul rischio aggressione, con relative procedure e modulo operativo di segnalazione.
Fra le macro mansioni maggiormente esposte al rischio abbiamo individuato; letturisti del gas; addetti al pronto intervento; operai polivalenti dedicati a interventi di allaccio/chiusura contatori (soprattutto per morosità).
In altri termini, tutti operatori che si recano presso l’utente finale e, nello specifico, presso il domicilio.
È assai frequente imbattersi in cani, dal momento che, spesso, il focolaio domestico è protetto da questi amici a quattro zampe che non amano intromissioni da parte di estranei.

È evidente che ogni animale ha una propria indole e un proprio carattere, ma molto spesso la reazione aggressiva è frutto di un’errata comunicazione uomo-animale, tenendo conto che lo stesso padrone frequentemente ignora i segnali comunicativi del proprio animale.

La nostra attività formativa prevede un lavoro in tandem con un esperto addestratore di cani.
Insieme affrontiamo i temi di comunicazione efficace; linguaggio del corpo; gestione dei conflitti; tecniche di disarmo dell’aggressività, sviluppandoli con un parallelismo continuo fra relazione uomo-uomo e relazione uomo-animale.
Non solo, nella parte più pratica, lavoriamo direttamente con il cane addestrato, sensibilizzando i partecipanti stessi a comprendere il linguaggio dell’animale e le dinamiche che inducono le sue reazioni, in una cornice assolutamente protetta.

Nessuna forzatura, ma un lavoro di squadra e di negoziazione costruttiva nella relazione uomo-uomo e nell’interazione uomo-animale.

Stress lavoro-correlato: riflessioni sull’aggiornamento INAIL

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Sono passati quasi sei mesi dalla pubblicazione da parte di INAIL del manuale “La metodologia per la valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato”. Tale monografia è la nuova edizione aggiornata del testo del 2011 ‘Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro-correlato”.
In questo articolo provo ad illustrare quali sono le novità di tale aggiornamento alla luce della mia esperienza di consulente in questi ultimi sei mesi.

Una premessa: l’impianto metodologico è sostanzialmente invariato.

Il processo di valutazione e gestione del rischio si compone sempre di 4 fasi (fase propedeutica, fase della valutazione preliminare, fase della valutazione approfondita, fase di pianificazione degli interventi correttivi e piano di monitoraggio) e l’algoritmo, o diagramma di flusso come lo si preferisce definire, che raccorda tra loro le 4 fasi è identico a quello del 2011.

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La correlazione tra età anagrafica e infortuni dei lavoratori

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All’interno della globale sottovalutazione del fenomeno infortunistico, e nella ancora molto diffusa mancanza di cultura della sicurezza, si è iniziato solo di recente a prendere in esame il particolare problema del rapporto tra invecchiamento e infortuni sul lavoro. Secondo le recenti statistiche INAIL, emerge il fatto che sia la frequenza infortunistica che la gravità tendono ad aumentare con l’ età del lavoratore che rimane vittima, in modo più o meno grave, dell’infortunio stesso.
In particolare si evidenzia un picco evidente per i lavoratori di età uguale o superiore ai 65 anni.
Dal punto di vista del periodo di degenza dal momento dell’infortunio al momento di ripresa dell’attività lavorativa, si deve tenere conto delle capacità di ripresa dell’infortunato dal punto di vista fisico: spesso i lavoratori più anziani hanno bisogno di un periodo di recupero più lungo rispetto ai lavoratori più giovani, a causa dei vari cambiamenti fisiologici associati all’età, che inibiscono di conseguenza la capacità di guarigione dell’organismo. Particolare attenzione va poi riposta nel contesto lavorativo e nella sua organizzazione, ovvero vanno prese in considerazione le differenti mansioni dei lavoratori e quindi anche i rischi particolari connessi con le attività stesse.

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Esperienze di formazione sul rischio aggressione

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Il rischio aggressione è considerato un rischio emergente, tra i molteplici rischi in grado di interessare gli ambienti di lavoro.
Ad oggi il riferimento legislativo principale rispetto a questo tema resta il D. Lgs. 81/08, nella specificità dell’art. 28, il quale conferma che la valutazione deve riguardare “tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari”.
Se si entra nel merito della definizione di “ violenza sul luogo di lavoro”, è ben chiaro come sia ampia questa accezione perché comprende “qualsiasi episodio che implichi insulti, minacce, forme di aggressione fisica o psicologica praticate sul lavoro, da soggetti esterni o interni all’organizzazione, in grado di mettere in pericolo la sicurezza, la salute e il benessere psicofisico della persona”.

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Alimentazione e sicurezza: il ruolo dell’alimentazione negli infortuni

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L’interesse sempre più diffuso all’alimentazione e al suo rapporto con tutti gli aspetti della vita dell’uomo non può non tenere conto dell’aspetto lavorativo, considerando che noi tutti trascorriamo la maggior parte della nostra vita (e giornata) lavorando.

Alla luce della nuova e più esaustiva definizione di “salute del lavoratore” introdotta dal Testo Unico 81/2008, si parla di “stato completo di benessere fisico, mentale e sociale non consistente solo con l’assenza di malattia o d’infermità” e, pertanto, si è iniziato a estendere la sorveglianza sanitaria ad altre forme di prevenzione orientate agli stili di vita, come l’abitudine al fumo; l’abuso di alcool; l’assenza di attività fisica; l’adozione di una dieta non sana: tutti fattori che incidono fortemente sul benessere della persona. Nell’attività medica di sorveglianza sanitaria è ben nota la correlazione tra dieta poco sana e ripercussione sull’attività lavorativa, con un incremento dei giorni di malattia e una maggiore esposizione al rischio infortuni.

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La bussola del preposto

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Cosa deve fare chi è promosso a Preposto? Quando da semplice Lavoratore si diventa Preposto, la vita in azienda cambia totalmente.

Quando da semplice Lavoratore si diventa Preposto, la vita in azienda cambia totalmente.
Il suo compito diventa nel quotidiano quello di far lavorare gli altri, ottenere che diano il meglio di se stessi, che si impegnino per rispettare i programmi e raggiungere gli obiettivi.

Dal punto di vista della Sicurezza, il Preposto, nella maggior parte dei casi, possiede come persona ancora l’anima del Lavoratore, ma come dipendente dell’azienda ha invece un ruolo diverso, un ruolo di potere acquisito e da esercitare nel modo più efficace possibile per l’Organizzazione e poi anche per lui.

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